Scendere alla fermata dell’overground di Hackney Wick è come atterrare in un’altra Londra. Bastano cinque o sei minuti a piedi, tra palazzi di mattoni coperti di murales, poster sbiaditi e manifesti di collettivi anonimi, per raggiungere il canale del River Lee Navigation. Lì, dove l’acqua riflette vecchi magazzini riconvertiti e silenzi industriali, sorge Silo, uno dei ristoranti più innovativi – e più radicali – della capitale. Si trova al primo piano del White Building, sopra la Crate Brewery, a due passi dal magazzino del Victoria & Albert Museum, probabilmente oggi il museo più visionario di Londra: un luogo dove si può passeggiare dentro i piani di un magazzino trasformato in cattedrale dell’arte. È in questo paesaggio post-industriale che Silo, dopo cinque anni di servizio, chiuderà definitivamente il 20 dicembre.

Così è stato presentato, e forse la formula è un po’ iperbolica, ma Silo ha davvero incarnato una rivoluzione: un ristorante senza bidone della spazzatura, dove ogni scarto veniva compostato o fermentato, ogni mobile riciclato, ogni fornitura organizzata in circuiti chiusi. Lo chef e fondatore Douglas McMaster ha costruito intorno a quella che chiama “cucina circolare” un pensiero estetico e politico: «Silo non è solo un ristorante. È un’idea, un’opera d’arte, un progetto zero sprechi… In un mondo separato dalla natura, abbiamo cercato di ricostruire quel rapporto. Ma le mostre non durano per sempre».

L’entrata di Silo – Foto Sonia Ricci
Il progetto è nato a Brighton, città balneare nel sud dell’Inghilterra, nel 2014, e nel 2019 ha trovato casa a Londra, in un quartiere – Hackney Wick – che allora stava diventando un laboratorio urbano di artisti, birrai e architetti. Silo è stato il simbolo perfetto della riqualificazione: un locale spoglio ma elegante, con travi a vista, pareti in calce, tavoli ricavati da imballaggi, stoviglie in plastica riciclata e lampade fatte con bottiglie di vino. Nulla, nemmeno un tappo, finiva nell’indifferenziata.
Il menu – degustazione obbligatoria, pochi piatti, nessuno spreco – cambiava seguendo le disponibilità stagionali. Il pane fragrante e di stile nordico veniva preparato in loco, il burro montato al momento, e gli avanzi di pane diventavano dessert: in una delle nostre visite, ci aveva colpito il sandwich di gelato chiamato “Siloaf”. Così come un assoluto di cavolo cappuccio, un piatto mono ingrediente e vegetariano di grande spessore, tra tecnica e gusto.
Il progetto di Silo è stato sicuramente ambizioso e interessante, ma non sempre ha brillato per efficacia. La giornalista Grace Dent, sulle pagine del Guardian, in una lunga recensione lo ha definito un luogo dove «l’idea è più gustosa del piatto». «Il concetto zero rifiuti di Silo è encomiabile», ha scritto, «ma sembra che si siano dimenticati che uscire a cena dovrebbe essere anche divertente». Il locale, con la sua aria da laboratorio eco-filosofico, molto spesso non puntava al conforto del cliente: era più una tesi che una cena, più un atto politico che un pasto romantico. Ma proprio per questo Silo ha fatto rumore, e ha lasciato un segno.

Il canale del River Lee Navigation – Foto di Sonia Ricci
McMaster lo sa: chiudere non significa fallire. «Da oltre 11 anni, Silo è stato un sistema vivente, la prova che il pensiero circolare può sopravvivere nel cuore del capitalismo… Chiudendo le porte di Silo Londra apriamo la strada a un Silo World Tour, una serie di collaborazioni e pop-up in tutto il mondo. I muri possono sparire, ma il micelio continua a diffondersi». E infatti, alle spalle del ristorante fisico, resta Silo Systems, società che sviluppa catene di approvvigionamento rigenerative, progetti in Messico e a Bali, e programmi di fermentazione. Insomma, lungo il canale di Hackney Wick, tra la birra artigianale della Crate e le luci soffuse del V&A East Storehouse, Silo chiude ma non scompare. È stato un ristorante, sì, ma anche un esperimento sociale, un gesto estetico, un’utopia cucinata a fuoco lento.
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