E se trascorsi 15 minuti per il caffè, avessero cacciato Voltaire, Rousseau e Diderot dal Café Procope di Parigi, il pensiero moderno sarebbe rimasto orfano, diversi capitoli dell’Encyclopédie sarebbero saltati, l’Illuminismo non avrebbe illuminato la modernità; se avessero mandato via Benjamin Franklin dopo un pranzo di tre quarti d’ora non sarebbe nato il “Progetto di alleanza tra Luigi XVI e la neonata repubblica americana”, e la stessa Costituzione degli Stati Uniti sarebbe probabilmente rimasta monca. Se i caffè vittoriani di Londra avessero chiesto a mr. Charles Dickens di lasciare il tavolo dopo un cioccolato con croissant consumato in un massimo di 20 minuti, non sarebbero nati diversi capisaldi della letteratura inglese dell’Ottocento. Italo Svevo e James Joyce non avrebbero trovato il tempo e le atmosfere giuste per le loro creazioni se avessero dovuto lasciare in fretta e furia i loro tavoli dopo la consumazione al Caffè San Marco di Trieste. E non sarebbe nato neppure Harry Potter che prese vita dalla penna di J.K. Rowling su un tovagliolo dell’Elephant House di Edimburgo, diventato un luogo di culto per i fan del maghetto anglosassone. Insomma, gran parte della letteratura, dell’arte e del pensiero moderni sono nati e si sono incontrati nei caffè e nei ristoranti, nelle osterie e nei pub delle città d’Europa e d’Italia. Ma ormai anche il vecchio adagio per cui “il cliente ha sempre ragione” è messo in discussione.

Ora moduli di prenotazione online e addirittura cartelli affissi al bancone avvertono i clienti che il tempo passa e che devono lascire i tavoli passati diversi minuti dalla consumazione: un’ora e mezza o due ore per i ristoranti, dai 20 ai 60 minuti per i bar, a seconda se si tratti di un semplice caffè, di una merenda, di un pranzo o dell’aperitivo. Ultimo caso a sottolineare la tendenza, quello del Bar Novanta di Torino che ha affisso un vero e proprio timing relativo alle diverse consumazioni dei propri clienti seduti al tavolo. Del resto, anche Niko Romito è stato additato come “colpevole” per aver messo il timing ai suoi tavoli.

La foto qui sopra, pubblicata sul suo Facebook dallo storico Alessandro Barbero, è stata scattata da Irving Penn nel 1948 al Caffè Greco di Roma e disegna un vero e proprio ritratto di quello che era la densità di arte, cultura e storia che si concentrava nelle sale dei locali, Caffè, Bar o Ristoranti che fossero. Nell’immagine, da sinistra a destra, sono ritratti: Aldo Palazzeschi, scrittore e poeta; Goffredo Petrassi, compositore; Mirko Basaldella, scultore e pittore; Carlo Levi, scrittore e pittore; Pericle Fazzini, scultore e pittore; Afro Basaldella, pittore; Renzo Vespignani, pittore, illustratore, scenografo, incisore; Libero de Libero, poeta, narratore, critico d’arte; Sandro Penna, poeta; Lea Padovani, attrice; Orson Welles, attore, regista; Mario Mafai, pittore; Ennio Flaiano, sceneggiatore, scrittore, giornalista; Vitaliano Brancati, scrittore, sceneggiatore, drammaturgo e saggista; Orfeo Tamburi, pittore. Il meglio del meglio del gotha del pensiero e della sensibilità del Dopoguerra. E chi li avrebbe mai cacciati via dopo i venti minuti dal servizio del caffè?
La questione, sollevata in queste ore dalla rivista di settore online Italia a Tavola, sembra avere un fondamento nelle regole attuali. Un po’ meno nel bon ton e soprattutto nel buonsenso. Alessandro Klun, collaboratore della rivista e autore del libro “A cena con diritto“, spiega che «in Italia non esiste una legge che stabilisca un tempo massimo per la consumazione in un bar o ristorante».
Ma dice altresì che il titolare può «imporre un limite di tempo, purché comunicato in modo chiaro al cliente prima della consumazione – per esempio indicandolo nel menu, all’ingresso o al momento dell’ordine». Massimiliano Dona, avvocato, giornalista e presidente di consumatori.it, ha postato sul suo Instagram il caso del Bar di Torino. Molti i commenti e le reazioni e molti i punti di vista. C’è chi commenta: «Vado al bar o al ristorante per rilassarmi dopo che già corro 7 giorni su 7. Se mi mettono fretta pure la allora è la fine del mondo!! Ma anche no». Fa eco a questa considerazione un altro utente: «Facile, si evitano locali di questo tipo. Una volta sono andato in pizzeria senza prenotare, arrivo alle 19.30 mi dicono che entro le 20.30 dovevo lasciare il tavolo. Me ne sono andato potevano dire che era tutto prenotato! Avrei dovuto mangiare di corsa».
Ma dall’altra parte del bancone c’è chi chiede la linea dura. Commentano dal profilo social del Piccolo Forno di Collegno: «Questo bar è stato l’unico ad avere il coraggio di mettere una regola che, secondo me, dovrebbero avere tutti: non si può stare due ore seduti per un semplice caffè… Ormai la gente non si fa problemi a occupare un tavolo per ore con un computer, un tablet o il telefono in carica. A volte prendono un caffè, poi chiedono una spina e rimangono attaccati alle prese per due o tre ore… In questo periodo difficile per tutti, sarebbe utile usare un po’ di buon senso per permettere al bar di lavorare e far girare i tavoli. Il problema è che, quando si chiede gentilmente a qualcuno di liberare il posto, spesso si viene guardati male e magari si riceve pure una cattiva pubblicità per cose che non sono vere».
Questa tendenza ai limiti orari delle consumazioni si è accelerata nel dopo-Covid: dopo mesi e mesi di “distanziamento” con bar e locali chiusi, è esplosa la voglia di uscire e vedersi con amici e colleghi. E lo smart working ha reso la sosta prolungata nei locali più diffusa: non sono pochi coloro che passano molto tempo a lavorare seduti al tavolo di un pubblico esercizio. Ora, se è vero che l’overtourism o semplicemente l’abitudine a star molto più tempo fuori casa può creare problemi di sovraffollamento dei locali, è anche vero che la sosta in un caffè o in un ristorante non possono essere situazioni ansiogene. Altrimenti è la stessa essenza del sedersi a tavola a scomparire. Una volta si diceva che il tempo a tavola non passa mai. Erano altri tempi, forse. Sì, perché sempre più il tempo corre veloce e come: quasi che valga ormai l’altra considerazione, ovvero che il tempo è denaro. Come sempre, l’equilibrio è nel centro. Ma un momento conviviale, di scambio, di socialità, non può essere legato a un gettone che si infila nella “macchinetta contatempo“. Sarebbe la fine. E se il dopo-Covid ha spinto le abitudini e star fuori, probabilmente non sarebbe auspicabile tornare ai mesi in cui i locali erano chiusi e contingentati. O no?
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