Le sue cene erano leggendarie, e il loro segreto lo aveva raccontato lui stesso, in un’intervista del 2014 a La Stampa: «have fun, buon cibo, ottimo vino e…. i tuoi amici». Valentino Garavani, all’anagrafe Ludovico Clemente Garavani, è scomparso ieri, all’età di 93 anni. Con lui se ne va l’immagine stessa dell’eleganza e del made in Italy, l’ultimo grande couturier dell’epoca d’oro, dopo il saluto, pochi mesi fa, a Giorgio Armani. E se Armani era il Re, Valentino era l’Imperatore, l’ultimo imperatore, quello che fece dire a kaiser Karl Lagerfeld «Gli altri al nostro confronto fanno solo stracci» nel docu film di Matt Tyrnauer intitolato proprio The Last Emperor (ma sono molte le pellicole che lo hanno visto partecipare in prima persona).
Salutiamo dunque il suo stile inconfondibile – costante e allo stesso tempo mutevole nell’avvicendarsi dei decenni e dei direttori creativi – il senso dell’eleganza senza incertezze e scalfiture, espressa con intenzione e lucidità in ogni suo aspetto: gli abiti naturalmente, ma anche il design, gli arredi, la tavola. Un gusto che ha saputo riscrivere i codici della moda, dagli anni ’60 in poi, legando il suo nome indissolubilmente a una precisa tonalità di rosso diventato un simbolo estetico di valore universale (per la cronaca, in quadricromia è C 0; M 82; Y 67; K 0).
Nel corso degli oltre 50 anni del suo marchio, il nome Valentino è diventato sinonimo di un certo stile inossidabile, pienamente italiano, lussuoso, capace di un decorativismo mai fine a se stesso. Del resto diceva di sé: «So fare bene due cose: i vestiti e la decorazione». E la decorazione è quella cosa che rende una tavola speciale. Non servono per forza grandi lussi, né porcellane pregiate, che pure lui non disdegnava in sala da pranzo: anche una tovaglia di lino ha il suo valore, o una ceramica blu, tra le sue preferite: tutto sta a essere adeguati al contesto, che in fondo è il segreto stesso dell’eleganza. Per questo, forse, la sua cucina non era una sola, ma diverse, in base alle molte sue residenze, al momento, l’occasione. Una cena intima in uno chalet di montagna a Gstaad, richiedeva scelte diverse da un ritrovo nell’appartamento di New York, o a Wideville, la sua residenza fuori Parigi, o ancora in barca. Erano tutte ambientazioni lussuose, spesso monumentali, zeppe di libri e opere d’arte, di dettagli squisiti, ma senza essere mai fuori posto e senza che mai questo prevalesse sull’identità di chi le abitava.
Lo raccontava un volume illustrato del 2014: At the Emperor’s Table, edito da Maison Assouline (con immagini di Oberto Gili e un’introduzione firmata da André Leon Talley) che raccontava lo stile Valentino e del suo compagno di sempre Giancarlo Giammetti tra vita privata e presenza pubblica. In quella circostanza aveva rilasciato quell’intervista in cui raccontava proprio la ricetta di quelle serate conviviali, dove si incontravano nomi e volti noti del jet set internazionale, in cui aneddoti succosi si alternavano con quella inossidabile elegante austerità e magnificenza. Ma per quanto le sue cene fossero famose, non era un uomo che si concedeva con troppa disinvoltura ai piaceri della gola, era invece parco, amava la cucina italiana più semplice e leggera, niente aglio o pepe, piuttosto un tocco di peperoncino se il caso, e in questa prospettiva tra i piatti del cuore non poteva che esserci la pasta con il pomodoro… non gli spaghetti però, ma le pennette a sancire un’attenzione per la forma e la chiara consapevolezza del suo ruolo fondamentale nel risultato finale. E poi il risotto alla milanese, magari alleggerito un po’, più snello e asciugato dai grassi, poca carne rossa, pochi carboidrati raffinati.
La sobrietà non era però sinonimo di disinteresse verso il cibo, ma un’attitudine alla misura, piena di consapevolezza e di significato. Di disciplina anche, una disciplina allenata in decadi di rigore. L’attenzione al dettaglio, quella non mancava mai, come nella preferenza di una zuppiera pregiata come centro tavola in vece di fiori che avrebbero potuto turbare con il loro aroma il piacere del pasto, che poi fosse un timballo di rombo e patate, un flan di formaggio di capra o una caprese, poco cambia. Il fulcro di tutto erano sempre quelle regole del buon gusto e dell’equilibrio che hanno segnato la sua epopea di maestro di stile. Lo ha raccontato in diversi episodi, lo hanno raccontato i suoi amici, le testimonianze di chi ha lavorato con e per lui in tutti questi anni, le persone che oggi ne piangono la scomparsa, chi l’ha conosciuto dal vivo e chi l’ha amato attraverso le sue creazioni, abiti, accessori arredi, e perfino quelle ricette che a volte sono ricette di buon senso, prima che di buon gusto come quando, in quella intervista di cui abbiamo già detto, parlava degli errori da evitare:  «Non è educato arrivare a un pranzo quando tutti sono già seduti. E guai a tenere i cellulari sul tavolo. Sembrano banalità , ma capitano di continuo». Del resto diceva anche «Amo la bellezza. Non è colpa mia».
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