Vini & Terroir

La crescita silenziosa dei vignaioli naturali che stanno riscrivendo la storia del vino in Turchia

Tra antichi vitigni, nuovi artigiani e il ruolo pionieristico di Sabiha Apaydin, prima sommelier donna del Bosforo, ecco il rinascimento enologico turco

  • 01 Dicembre, 2025

La madrina del rinascimento dei vini turchi, realizzati con vitigni autoctoni e preferibilmente con lieviti non selezionati, Sabiha Apaydin, ci racconta l’evoluzione della produzione turca. Sabiha Apaydin Gönenli è la prima sommelier donna della Turchia e per tanti anni ha affiancato chef Mehmet Gürs negli anni mitici del suo locale, ora stella Michelin, Mikla. Sabiha organizza un simposio dedicato ai vini turchi, “Kök, Köken, Toprak” (Radice, origine, terra): è l’evento più importante e significativo dedicato ai vini naturali della Turchia che ogni anno ospita autorità internazionali e nazionali. Sabiha Apaydin sottolinea che la Turchia è il quinto più grande produttore di uva nel mondo, ma per il vino si trova ai livelli dei Paesi new entry come l’Uruguay.

La Turchia, sin dai tempi degli Ottomani, ha sempre avuto una grande produzione e anche consumo di vino: Apaydin sottolinea il dato dei 340 milioni di litri prodotti nel 1904 per spiegare l’importanza della produzione e del consumo in epoca Ottomana. Anche Mustafa Kemal Atatürk, guida della Repubblica appena nata, non trascura né i vini né i vigneti: fa venire esperti da Bordeaux, lo Stato produce alcol in monopolio, ma concede permessi ai produttori di vino. Come spesso accade, a un certo punto si opta per tagli bordolesi e i vigneti di uva da vino autoctoni vengono abbandonati.

Sabiha Apaydin

Dagli anni ‘90 si vede un ritorno – per quanto lento – alle uve storiche, ma negli ultimi 10 anni c’è stato un boom visibile a occhio nudo di vignaioli artigiani che lavorano vigneti in estinzione. In tutto questo fermento, un ruolo importante nel comunicare e motivare i giovani produttori è proprio Sabiha Apaydin.

Udo Hirsch

Il boom dei rossi turchi

Gli ultimi cinque anni hanno visto nascere vini di grande carattere che riflettono l’unicità di queste terre levantine e tra loro ci sono vini che l’appassionato e l’esperto non possono non conoscere. Kalecik Karasi è un vitigno autoctono dell’Anatolia centrale, in particolare della zona di Ankara: fu il primo vino a farsi notare per la qualità già alla fine del secolo scorso. Il Kalaecik Karasi di Gelveri – la cantina idilliaca di Udo Hirsch, situata in cima a un abisso che si affaccia sulla Cappadocia – viene mantenuto in un’anfora gigante romana ancora in uso ed è una delle massime espressioni di questa uva, vinificata con lieviti naturali e senza aggiunta di solfiti. Un altro Kalaecik Karasi imperdibile, pure con un ottimo rapporto qualità prezzo è il Trajan di Tomurcukbag. Fondatore della cantina Tomurcukbag, Sabit Agaoglu è un veterano della viticoltura turca e il Kalecik Karas? deve la sua rinascita proprio a lui. Un altro rosso da provare è il Karasakiz di cantina Canavar (che vuol dire “mostro”), una realtà giovanissima che lavora questa uva dimenticata della zona Bayramiç.

I due gioielli dell’Est della Turchia, Bogazkere e Öküzgözü spesso vengono nominati e pure tagliati insieme. Sono i vitigni turchi più utilizzati e amati, ma devono ancora trovare un loro “maestro” che perfezioni il modo di vinificare questi due giganti meravigliosi.

Urla Winery

I bianchi tra l’aromatico e il minerale

Neppure i bianchi scherzano. In prima fila c’è il Moscato di Bornova: come tutti gli esemplari della stessa famiglia, dà vita a un vino molto aromatico, ma che in diversi terreni in Turchia ha trovato un’interessante e spiccata mineralità. Il moscato di Bornova piu interessante è quello di Kastro Tireli, una cantina di Manisa che produce alcuni dei vini più interessanti nel panorama turco: un moscato con macerazione da 35 a 60 giorni sulla buccia, passato brevemente in botti vecchie, imperdibile. Hus di Urla è un altro bell’esempio di Moscato di Bornova e per la versione demi sec è da provare il Simposium di Urla Winery.

Meno noti sono Emir e Narince, il primo è un vitigno della Cappadocia l’altro del Mar Nero: spesso tagliati insieme, sono un po’ lo ying e lo yang dei bianchi turchi. Emir è un vitigno maschile, offre un naso poco generoso e un corpo da maturare in acciaio: non è un vitigno per tutti, ma solo per chi ama i vini asciutti e belli nervosi. Invece Narince (che vuol dire delicata), è un’uva molto aromatica e fruttata, incline a dar vita a un vino ruffiano e molto amabile. Per un Emir nella sua veste più rustica bisogna provare il base di Turasan: è uno dei vini più economici, ma porta nella bottiglia tutta la terra arida di Cappadocia, in purezza. Vinolus, Yedibilgeler, Kastro Tireli e Pasaeli sono vignaioli che lavorano molto bene queste uve autoctone.

Urla Winery

Occhio ai vini di Yaban Kolektif

Kolektif Yaban (che vuol dire selvaggio/estraneo) è uno dei progetti più entusiasmanti degli ultimi anni. Umay Çeviker – architetto che ha fatto diventare la sua passione per il vino un lavoro – è un vero riferimento per i vini autoctoni: collabora con Jancis Johnson e scrive anche per l’Oxford Wine Dictionary. Çeviker e il suo socio Levon Bagis, un grande comunicatore della enogastronomia istanbulita, mettono insieme le loro forze e stanno producono vini da micro vigneti che hanno recuperato sparsi in diversi luoghi dell’Anatolia, tutti a rischio di estinzione. Tra i vitigni totalmente dimenticati e rinati grazie questa coppia possiamo nominare Sungurlu e Ercis Karasi, il primo un bianco vinificato con metodo ancestrale, il secondo un rosso di una allegria ed eleganza uniche.

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