Cronache di famiglia

Perché i figli vogliono sempre il sushi (e perché questo ci manda in rosso)

Un fenomeno generazionale raccontato tra delivery, all you can eat, feste di maturità e portafogli sotto pressione

  • 09 Gennaio, 2026

A un certo punto succede. Ti accorgi che tuo figlio non chiede più pizza, non sogna più cotoletta e patatine, ignora la pasta al forno di mammà. Vuole sushi. Lo vuole spesso, lo vuole buono, e lo ordina con nonchalance, come se riso, alghe e pesce crudo fossero sempre stati parte integrante della sua alimentazione. Questa storia, nel mio caso, va avanti da almeno dieci anni, da quando una sera a New York il mio piccolo gourmand ha assaggiato il suo primo hosomaki. È lì che inizi a farti due conti. L’ossessione per il sushi tra i più giovani non è più una moda passeggera: è una tendenza che ha preso piede anche tra i giovanissimi, con effetti evidenti sulle abitudini alimentari delle famiglie, e sul portafoglio.

California roll e tempura? Il budget scricchiola

I segnali non sono solo miei. Sempre più genitori raccontano di uscite settimanali o consegne a domicilio a base di sushi dove i conti arrivano a cifre che una volta si riservavano alle grandi occasioni. La rapidità del boom è evidente anche nei dati sul food delivery. L’Italia si colloca al secondo posto a livello internazionale, tra i 23 Paesi europei in cui operano le piattaforme, per volume di ordini di sushi, preceduta solo dalla Spagna, con aumenti intorno al 30 per cento rispetto all’anno precedente. A guidare la classifica, con preferenze diverse ma la stessa passione per sashimi e wasabi, sono città come Roma, Milano, Genova, Modena, Olbia e Torino. Numeri che raccontano una presenza stabile, non più sporadica, nelle abitudini dei più giovani.

bambini sushi

Ordini da record

Per festeggiare il conseguimento della maturità, i genitori di un compagno di classe di mio figlio hanno organizzato un sushi-party a domicilio. Il conto finale è stato di 340,60 euro per 94 piatti, tra temaki, spicy gunkan, tempura di gamberi e litri di salsa di soia. Non è un caso isolato, né un eccesso locale. La sushi-mania tra i più giovani è un fenomeno globale. Negli Stati Uniti, come riportato dalla rivista Saveur, non sono rari i casi di famiglie che per una cena a base di uramaki e unaghi roll superano i 150 dollari, o che ordinano menu omakase da 95 dollari a persona anche per bambini molto piccoli. Il punto non è l’eccezione, ma la frequenza. Quando quella che una volta era un’occasione speciale diventa routine, il portafoglio piange.

Abitudini alimentari generazionali (e giustificazioni varie)

Non c’è nulla di male nell’amare il sushi. Anzi, la sua diffusione racconta una generazione curiosa, aperta a cucine e gusti diversi. I bambini e i ragazzi di oggi non percepiscono più il pesce crudo come qualcosa di esotico o distante. Maneggiano bacchette meglio dei genitori, sono attratti dal gusto, ma anche dalla presentazione, dall’idea soprattutto di mangiare “da grandi”, e dal carattere condivisibile di questi piatti. In fondo, li abbiamo educati noi a questa apertura, e ora ne paghiamo il conto.

bambini sushi
C’è poi l’argomento che molti genitori tirano fuori per assolversi, e che confesso di aver usato anch’io più di una volta. Il sushi, rispetto ad altri cibi “da bambini”, sembra una scelta più ragionevole. C’è il riso, ci sono le verdure, c’è il pesce, niente cotture aggressive. E soprattutto, arriva in tavola e viene mangiato. Senza proteste o trattative infinite, senza piatti lasciati a metà. Poco importa se il riso è condito con lo zucchero, se le porzioni si moltiplicano, se le salse abbondano di sale. Il confronto implicito è sempre con alternative percepite come peggiori, dal fast food ai piatti pronti surgelati. Così il sushi diventa un compromesso educativo: costa di più, è vero, ma almeno lo mangiano. E quando smettono di protestare davanti al piatto, molti genitori accettano il prezzo, anche quello sullo scontrino.

La varietà dell’offerta non aiuta

sushi barca omakase

La dinamica di consumo in Italia riflette anche una varietà di offerta che rende il sushi onnipresente. Dai corner nei supermercati ai format all-you-can-eat, fino ai ristoranti fine dining à la carte, l’accesso è continuo e semplice. In base alla formula scelta il prezzo cambia, ma la costante resta: non è la pizza delle comitive o la merenda economica delle festicciole di compleanno. Il sushi porta con sé materie prime costose, lavorazioni attente e, nel caso del delivery, costi aggiuntivi che si sommano rapidamente.

Adesso che è ventenne, a mio figlio ho sospeso la paghetta. Con incastri degni di un ingegnere, tra università e un lavoretto part-time, si guadagna il primo stipendio. Forse questo cambierà le sue abitudini filo-nipponiche. Anche se ama troppo vestirsi bene, profumare firmato e collezionare sneakers per rinunciare del tutto alle cene a base di sushi. Vedremo.

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