I filippini sono una delle comunità più presenti in Italia, ma ben poco sappiamo della loro cucina. Quando si pensa a piatti internazionali il pensiero va al cinese, al brasiliano, al peruviano, persino, ma alzi la mano chi è mai stato in un ristorante filippino? Eppure scorrendo l’elenco dei locali delle nostre città probabilmente ne troverete più d’uno. Spesso frequentato da connazionali e ignorato da italiani, con qualche eccezione: il milanese Mabuhay è stato per lungo tempo il ristorante numero 1 in città per Trip Advisor, oggi è quarto e al nono c’è BBQ-1 Filipino Style BBQ & Cuisine. (Mai stati? Io sì).
Promette di cambiare le cose, o quanto meno la percezione, Jollibee, catena filippina che ha appena aperto a Milano in corso XXII Marzo il terzo locale, primo in franchising dopo quelli a gestione diretta di piazza Diaz a Milano (con cui la catena ha debuttato in Europa nel 2018) e di Via Ottaviano 83, a Roma dal 2020. Per far breccia nello schizzinoso mercato italico punta sul suo asso nella manica, quel pollo fritto che nel 2024 è stato votato come migliore tra quelli delle catene di fast food negli Stati Uniti secondo il USA Today 10 Best Readers’ Choice Awards. Dopo che già nel 2022 aveva sbaragliato la concorrenza in una classifica stilata da eater.com.
È poco nota ai più e molto cenerentola, la cucina filippina. Ma qualcosa di sta muovendo se Kasama nel 2022 a Chicago è stato il primo ristorante filippino a ottenere la stella Michelin Non solo: nel 2026 la guida rossa sbarcherà nel Paese, promettendo di elevare la meno orientale tra le cucine asiatiche nell’empireo del fine dining.
«Noi non facciamo cucina filippina – chiarisce subito Glenn Umali, Country General Manager per l’Italia di Jollibee -. Oltre al pollo fritto facciamo anche hamburger, entrambi con carne 100% italiana. E siamo anche fedeli alle nostre radici: oltre a patatine e mashed potatoes proponiamo il riso in accompagnamento».

La cucina filippina è un felice sincretismo tra le varie dominazioni che ha subito nei secoli l’arcipelago di oltre 7000 isole. «Siamo stati una colonia spagnola per più di 300 anni. Poi sono arrivati gli americani, rimasti per quasi 50 anni. Quindi c’è una grande contaminazione culturale se aggiungiamo le influenze degli altri asiatici: per loro i filippini sono latini. Non abbiamo noodles, non usiamo bacchette, abbiamo una cultura diversa. Il lechón, ad esempio, è un maialino intero arrosto, tipo porchetta. croccante fuori e morbido dentro, come il nostro pollo».

(nella foto Adobo, https://www.flickr.com/photos/dbgg1979/3880492441/)
Una cucina che dovrebbe risultare facile e attraente per gli italiani perché ha qualcosa di spagnolo, o europeo, come l’arrosto e l’adobo, carne o pesce marinati. E però ha anche qualcosa di frutta e dolce.
Quando tempo fa siamo stati nel locale in piazza Diaz non sembrava di essere a Milano: ordini dati in inglese, ambiente internazionale, varie lingue che echeggiavano da un tavolo all’altro, da un piano all’altro. «Da noi vengono tanti turisti, tantissimi dall’Asia dove siamo molto conosciuti, dal Middle East, poi abbiamo anche turisti americani che conoscono il nostro pollo».
Oltre alla salsa al curry in cui pucciare l’aletta di pollo fritto (fa parte dell’experience) avete qualche altro piatto che richiama le radici filippine? «Abbiamo un prodotto che non abbiamo tolto, un po’ scandaloso. Avete sentito parlare degli spaghetti dolci? Qui in Italia abbiamo migliorato la cottura della pasta che nelle Filippine è più morbida [leggi, scotta, ndr] – ammette Umali -. Qui è più al dente, c’è una salsa di pomodoro dolce, che non è ketchup. Poi c’è un po’ di Worcester sauce. Nelle Filippine gli spaghetti sono sempre dolci, li hanno portati gli americani».

Il menù è uguale tutto il mondo? «Il pollo fritto sì, ovviamente, però quando apriamo in un Paese offriamo prodotti che in quel mercato possono risuonare. Qui ad esempio c’è l’hamburger con bacon, perché quando pensate al burger voi italiani c’è sempre il bacon. E anche la birra, che abbiamo solo in Italia e Spagna, mentre nelle Filippine ci sono solo soft drinks e pineapple juice, succo d’ananas perché a noi piace questo.
Altri prodotti filippini sono le salse un po’ dolci perché ai filippini piace il dolce, «però ovviamente abbiamo abbassato la dolcezza qui in Italia».
Direttamente dalle Filippine importate tra le materie prime arriva solo il mango «perché è il numero del mondo per dolcezza e quindi è considerato il migliore”.
E pensare che è nato tutto da una piccola gelateria di Manila fondata nel 1975 dal dottor Tony Tan Caktiong, la moglie Grace e i suoceri. Tre anni dopo, decidono di accogliere la richiesta dei clienti di avere anche piatti caldi, e nasce il marchio Jollibee.
Oggi l’obiettivo è a dir poco ambizioso: diventare una delle prime cinque aziende di ristorazione al mondo. Senza dimenticare l’Italia, terra meno ricettiva di altri verso le catene.
Il piano di espansione in Italia ha l’obiettivo di raggiungere 20 ristoranti in cinque anni grazie al franchising. «Abbiamo studiato il mercato italiano e il modo in cui possiamo crescere qui – dice Umali -. Così abbiamo deciso di avere investitori italiani [il nuovo store è stato aperto con Niccolò Pizzoccheri, master franchisor di Jollibee Italia con la Level 21 srl, ndr) per velocizzare la crescita».
Tutti i nuovi store di JollyBee avranno lo stesso format inaugurato in corso XXII Marzo e che ha debuttato a Singapore. «Stiamo guardando a tutte le città principali, anche in Sicilia. Sicuramente apriremo un altro locale qui a Milano».
Insomma chissà se a breve il nome e l’apina felice simbolo di Jollibee diventerà un marchio noto come Starbucks o McDonald’s. Intanto oggi al gruppo fanno capo 19 marchi e 9900 ristoranti in 33 Paesi. Compresi i 1700 Jollibee dove, dicono le classifiche, si mangi il pollo fritto più buono che potrete trovare (in una catena americana, s’intende).
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