Incredulità e preoccupazione per i possibili «grossi danni all’economia regionale». Due sentimenti che hanno guidato Alessandro Nicodemi, che guida il Consorzio vini d’Abruzzo, nel leggere la lettera del presidente americano, Donald Trump, sull’applicazione dei dazi aggiuntivi sull’import europeo di beni dal primo agosto prossimo. «Eravamo ormai convinti che i dazi sarebbero stati al massimo del 15% e non di certo il doppio. Un dazio al 30, più che una politica protezionistica, sembra essere un vero e proprio embargo».
I rischi sono soprattutto per la Doc di punta: «Il Montepulciano d’Abruzzo – spiega – è tra le denominazioni leader nel settore popular, ovvero quello che vede i vini sugli scaffali a un costo che si aggira tra i 15 e 20 dollari a bottiglia. Una tassazione così alta rappresenterebbe un incremento di costo ingiustificato e metterebbe fuori gioco tutta la denominazione». Per i vini abruzzesi, gli Stati Uniti, come ricorda il Consorzio, rappresentano il primo mercato di un export regionale che complessivamente vale 268 milioni di euro (dati Istat 2024). «Il giro d’affari è troppo vasto – osserva Nicodemi – e sarebbe impossibile rimpiazzarlo con qualunque altro tipo di mercato».

Dubbi anche sull’invito di Trump a delocalizzare le produzioni negli Usa, in cambio di una revisione dei dazi. «Siamo disarmati, perché è ovvio che il settore agroalimentare che produce seguendo i disciplinari Dop e Igp non può spostare le produzioni altrove. Trump ci sta chiedendo di delocalizzare la terra che è la matrice dei nostri prodotti». L’errore sta nella lettura da parte degli Stati Uniti dei disciplinari come di un metodo protezionistico: «Non è così, i disciplinari sono la garanzia del prodotto di eccellenza che parte dalla terra e arriva fino alla tavola e non mi riferisco solo al vino ma anche, ad esempio, al Parmigiano Reggiano, ai Pomodori Pachino o al Prosciutto di Parma».
Infine, sulle strategie diplomatiche, Nicodemi è molto chiaro: «In questo momento, fare muro contro muro è controproducente. Confido che il ministro Lollobrigida e la presidente Meloni, insieme al governo europeo, facciano capire che se sulla bilancia commerciale, oltre ai beni, inseriamo anche i servizi, allora il peso non è più così squilibrato, come gli Usa vogliono far credere, verso l’Europa».
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