Lo spiegone

Thanksgiving, la festa americana che non mette tutti d’accordo

La festa del Ringraziamento, che più di ogni altra riunisce gli americani, riapre domande sul modo in cui il Paese racconta sé stesso

  • 25 Novembre, 2025

Negli Stati Uniti nessuna ricorrenza supera il Thanksgiving nella capacità di riportare la famiglia attorno allo stesso tavolo. Non il Natale, non il 4 luglio. Una festa nata tre secoli fa, costruita intorno a un racconto fondativo che continua a essere discusso e reinterpretato. Perché ci si riunisce ancora per celebrare un raccolto del 1621, trasformato poi da Abraham Lincoln in simbolo di unità nazionale durante la Guerra Civile? E cosa resta oggi di quel messaggio in un Paese che fatica a riconoscersi in un’unica identità?

Festa del Ringraziamento, il racconto delle origini

Il Thanksgiving prende forma a partire dal banchetto del 1621 a Plymouth nel Massachussetts, considerato per generazioni il primo gesto di cooperazione tra coloni protestanti e la nazione Wampanoag. I nativi avevano insegnato ai nuovi arrivati a coltivare mais, zucche e altri alimenti essenziali alla loro sopravvivenza. Per “ringraziarli” è nata la tradizione di celebrare quell’importante raccolto autunnale.

È un episodio che la cultura popolare ha reso un mito di fondazione, spesso semplificato. Un simbolo di cooperazione e tenacia, riproposto nelle scuole e nelle celebrazioni pubbliche. È però una versione che tende a coprire con toni concilianti la storia successiva. La verità storica è infatti più complessa: quell’incontro fu possibile grazie alle conoscenze agricole dei Wampanoag, ma fu seguito da secoli di epidemie, conflitti, spostamento forzato di molte comunità indigene, e perdita di territori da parte delle popolazioni native. Un dettaglio che molti americani conoscono, ma che raramente entra al centro della narrazione ufficiale. Una memoria pesante, indigesta.

cibi nativi

La festa diventa nazionale (e stimola l’economia)

Nel 1846 Sarah Josepha Hale, scrittrice e attivista anti-schiavista, inizia una lunga campagna per dare al Thanksgiving una dimensione nazionale. Trascorre quasi vent’anni scrivendo lettere a presidenti, governatori e ad altre figure politiche per sostenere l’istituzione della festività, con l’obiettivo di promuovere unità nazionale. Abraham Lincoln le dà ascolto nel 1863. Il Paese è nel pieno della Guerra Civile e il presidente ha bisogno di un gesto simbolico che suggerisca un terreno comune. La scelta di un giorno dedicato alla gratitudine collettiva risponde a questa necessità politica: creare un momento condiviso in un Paese fratturato, immaginando una rievocazione capace di favorire un clima di riconciliazione.

La storia della festa dei coloni pellegrini e dei nativi americani del 1621 diventa popolare come parte di questa narrazione, ma la festività stessa continua ad evolversi nel tempo. Nel 1939, il presidente Franklin D. Roosevelt anticipa di una settimana il giorno del Ringraziamento per prolungare la stagione degli acquisti natalizi e stimolare l’economia. Il Thanksgiving era originariamente celebrato l’ultimo giovedì di novembre, ma nel 1939 questo cadeva il 30 novembre. I commercianti temevano che la stagione cruciale per gli acquisti tra il Thanksgiving e Natale fosse troppo breve. Non tutti erano disposti ad accettare questa decisione, che divenne oggetto di controversia a livello nazionale. Dopo un lungo dibattito, nel 1941 il Congresso approva una risoluzione che fissa la nuova data del Giorno del Ringraziamento al quarto giovedì di novembre. La festa diventa nazionale, ma non cancella le divisioni.

teepee nativi americani

Celebrazione dedicata alla società che la festeggia

Non tutti, infatti, vivono la Festa del Ringraziamento allo stesso modo. Per molte comunità native il giovedì di abbuffate e partite di football coincide con il National Day of Mourning, giornata nazionale di cordoglio e riflessione sulle conseguenze della colonizzazione. Il Thanksgiving, per le popolazioni indigene non rappresenta il ricordo del patto originario bensì l’inizio di una lunghissima storia di ingiustizie. Questa distanza di prospettive mette in discussione l’idea di una festa davvero condivisa e apre un interrogativo più ampio: a chi parla oggi questa ricorrenza? E chi invece viene escluso dalla narrazione dominante? Festeggiare il gesto senza ricordare quello che è successo dopo è tipico del privilegio e diritto acquisito di chi ne ha beneficiato maggiormente.

Ricorrenza e narrazione sfaccettata

Il Thanksgiving continua a essere percepito come un pilastro dell’identità statunitense anche per ragioni culturali e pratiche. Soprattutto è un inno al consumo. È il giorno in cui si viaggia di più per riunirsi in famiglia (con i conflitti che questo spesso genera), in cui si cucina una quantità esagerata di pietanze per chi si ritrova sotto lo stesso tetto. La giornata è accompagnata da eventi di grande partecipazione, come la Macy’s Parade, parata di enormi gonfiabili che sfilano per le vie di Manhattan, sponsorizzata dal famoso grande magazzino newyorkese. Mentre il giorno seguente apre la stagione degli acquisti sfrenati con il Black Friday e il Cyber Monday. In un Paese dove in famiglia ci si ritrova molto spesso sui lati opposti della barricata politica, ritrovarsi a tavola in questa occasione diventa un momento ruvido quando si dà voce alle proprie opinioni, rivendicando una lettura più fedele dei fatti, presenti e passati.

Tre secoli dopo Plymouth, il Thanksgiving resta un momento che unisce e divide. Raccoglie famiglie intere attorno a un rituale conviviale, ma porta con sé domande irrisolte sulle voci rimaste ai margini. Forse è proprio questa sua natura contraddittoria a rendere la festa ancora rilevante: ogni anno obbliga il Paese a confrontarsi, almeno per un giorno. Il cibo resta il filo che lega storie, tradizioni e contraddizioni di una ricorrenza che continua a ridefinirsi.

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