Storie

Sean Sherman, lo chef che racconta la storia dei nativi americani attraverso quello che mangiavano una volta

Il cuoco della tribù Oglala Lakota Sioux cucina il cibo indigeno dei nativi delle Americhe valorizzando ingredienti e tradizioni sopravvissute

  • 05 Dicembre, 2025

Lo chef Sean Sherman, noto anche come The Sioux Chef, ha dedicato la sua carriera al sostegno e alla tutela e sviluppo delle colture indigene e della sovranità alimentare dei nativi americani. Lo stile culinario del cinquantunenne pluripremiato chef, forager, educatore, autore e attivista membro della tribù Oglala Lakota Sioux, si basa sui sistemi alimentari indigeni pre-coloniali e utilizza solo ingredienti originari del Nord America. I suoi menu sono ispirati alle stagioni e alla terra e prevedono materie prime tradizionali come bisonte, riso selvatico raccolto a mano, legno di cedro per le affumicature, varietà di mais tradizionali. Attinge alle conoscenze e alle tecniche culinarie dei suoi antenati per sviluppare piatti innovativi, nutrienti e saporiti che incorporano selvaggina, pesce, piante selvatiche e cereali autoctoni, escludendo ingredienti “coloniali”. Attraverso il suo attivismo e la sua opera di sensibilizzazione, Sherman contribuisce a recuperare e celebrare il ricco patrimonio culinario delle comunità indigene delle Americhe.

foto Nancy Bundt per Owamni

Chi è Sean Sherman

Nasce nella riserva indiana di Pine Ridge nel South Dakota, e come i suoi genitori e i suoi nonni prima di lui caccia e pratica il foraging fin da piccolo. Suo nonno gli regala un fucile per il suo settimo compleanno. Cresce mangiando principalmente alimenti forniti dal sistema federale, come avena, farina di frumento, grassi come la margarina e carne in scatola. Quando sua madre trasferisce la famiglia nella città mineraria di Spearfish nel South Dakota, Sheman appena tredicenne inizia a lavorare ai fornelli dei ristoranti turistici della zona per tutto il periodo delle scuole superiori e dell’università. È impiegato anche come ispettore topografo sul campo per il servizio forestale nelle Black Hills, un lavoro che gli permette di acquisire una vasta conoscenza delle piante autoctone, che si rivelerà preziosa più avanti nella sua carriera. Trasferitosi poi a Minneapolis, continua a lavorare nei ristoranti, diventando executive chef a soli venticinque anni. Qui si immerge nella filosofia farm to table in un periodo in cui pochi ristoranti acquistano direttamente dai coltivatori locali.

Il punto di svolta

A 29 anni esausto ed esaurito, trascorre un periodo in Messico per riprendersi; mentre si trova a Puerto Vallarta trascorre del tempo con membri della popolazione indigena Huichol e ha un’illuminazione che lo porta a quella che diventerà la sua missione. Si rende conto che, come chef in un vivace panorama gastronomico che celebra sapori esotici e stili di cucina lontani, non è affatto rappresentata la sua terra, né i cibi che mangiavano una volta le popolazioni indigene. Fa ricerche, e scopre che questo problema è diffuso in tutto il Paese: non esiste una cultura alimentare dei nativi, né ci sono ristoranti nativi americani in Nord America. Le tradizioni culinarie sono quasi completamente cancellate dalla mappa. Chiedendosi il perché, innesca una miccia.

Funghi, foglie, semi e bacche (foto Owamni)

«Dopo aver visto come gli Huicholes hanno conservato gran parte della loro cultura pre-europea attraverso l’arte e il cibo» scrive nei suoi libri, «ho capito che volevo conoscere il mio retaggio culinario. Cosa mangiavano i miei antenati prima che gli europei arrivassero nelle nostre terre?» Il quesito lo spinge a intraprendere un viaggio per imparare quello che si mangiava, conservava, coltivava, raccoglieva, commerciava e condivideva appena poche generazioni prima. Osserva come molti gruppi indigeni in America Centrale abbiano conservato le tecniche di cottura tradizionali, utilizzando griglie di argilla a fuoco vivo, coltivando mais, essiccandolo e macinandolo per ricavarne farina, e raccogliendo ingredienti dal deserto, dalla foresta o dalle pianure circostanti. Questo lo ispira a ricercare e recuperare i metodi di cottura tradizionali dei suoi antenati, nonché le conoscenze “perdute” di altri popoli indigeni spodestati in tutto il Nord America.

Riparare i danni della dieta “coloniale”

Sherman fa poi un altro importante collegamento: le diete imposte ai suoi antenati nelle riserve indiane hanno contribuito in modo diretto all’aumento delle patologie che oggi gravano sulle comunità indigene, dal diabete di tipo 2 alle malattie cardiache, fino all’obesità e all’insorgere della carie. Dopo anni di ricerca sulle cucine native nel 2014 fonda il progetto The Sioux Chef, dedicato allo sviluppo di ricette regionali basate su prodotti agricoli tradizionali, raccolte selvatiche, e proteine alternative a manzo, maiale e pollo, riconosce inoltre nelle piante indigene una fonte completa di nutrimento medicinale.

Arepas di bisonte (foto Owamni)

Il suo obiettivo è affrontare le cause profonde delle disuguaglianze sanitarie e dello sfruttamento economico e ambientale. Ripristinando il rapporto con le tradizioni alimentari autoctone, sostiene la salute, lo sviluppo economico, la sovranità alimentare e la tutela della cultura tribale oltre i confini imposti dal colonialismo. Un sistema fondato su materie prime selvatiche, colture e sementi tradizionali e pratiche agricole indigene diventa così lo strumento per contrastare gli effetti intergenerazionali della colonizzazione e della perdita della memoria e delle terre.

Owamni, il primo ristorante di cucina autoctona americana

La missione di Sherman di rivitalizzare i sistemi alimentari indigeni praticamente inesistenti in Nord America, e sensibilizzare l’opinione pubblica sul potenziale trasformativo delle tradizioni alimentari indigene si concretizza con l’apertura della prima insegna fine dining di cucina autoctona su suolo nativo.
Il suo ristorante Owamni a Minneapolis, nasce nel 2021 con l’obiettivo di creare posti di lavoro (con uno staff composto in maggioranza da nativi), promuovere i prodotti indigeni sviluppati dai contadini e produttori nativi, e valorizzare la vera cucina e cultura indigena nordamericana. Due anni dopo, Owamni viene acquisito dall’organizzazione no-profit North American Traditional Indigenous Food Systems (NATIFS), aprendo la strada a ulteriori opportunità di formazione pratica, e il ripristino della sovranità in materia di prodotti e conoscenze, impostando un programma di sensibilizzazione sulle tradizioni alimentari indigene, insieme ad iniziative di promozione dei vari produttori.

La cucina di Sherman è una rivendicazione di identità

Petto d’anatra e patate dolci (foto Owamni)

Sherman non mette in carta il succotash o il fry bread, il suo approccio purista da Owamni è completamente “de-colonizzato”. Non cucina né maiale, né pollo, né manzo. Solo cacciagione, carne di bisonte e pesce d’acqua dolce. Niente uova, anche la farina di frumento, lo zucchero e i latticini sono assenti dalla cucina dell’Owamni. Questi alimenti base statunitensi non erano storicamente disponibili per le tribù indigene. Sherman rifiuta pertanto categoricamente gli ingredienti post-1492, la monocoltura dei campi e i prodotti di industrie estrattive. Macina lui stesso la farina di mais per il flint, pane non lievitato di polenta. Affumica trote e lucioperca. Utilizza solo varietà heritage di mais. Si affida principalmente a fornitori e contadini nativi, donne, non-binari e BIPOC – acronimo per Black, Indigenous, and People of Color (neri, nativi e di colore). Cucinare i piatti tradizionali del suo popolo è un riappropriarsi dell’identità.

Riconoscimenti e pubblicazioni

Sherman ha ricevuto tre James Beard Awards ed è stato inserito nella lista dei “100 Personaggi più Influenti” dalla rivista Time. Ha pubblicato due libri; l’ultimo, Turtle Island: Foods and Traditions of the Indigenous Peoples of North America, uscito nel 2025 e scritto insieme a Kate Nelson e Kristin Donnelly, traccia una mappa delle storie legate ai cibi che, da millenni, connettono ambienti naturali, tradizioni e vicende dei popoli indigeni del Nord America. Con più di 150 ricette antiche e contemporanee, il volume è organizzato per regioni e indaga i paesaggi gastronomici de “L’Isola della Tartaruga”, come molte culture indigene chiamano il continente. Il libro insegna a seguire le stagioni, utilizzare carne e pesce in ogni loro parte, privilegiare i piatti vegetali e riflettere su come alimentarci meglio. Accanto a ricette come la costata di bisonte affumicato, le polpette di lucioperca in crosta di riso selvatico, la trota arcobaleno alla brace con cipolle selvatiche, la zuppa di patate dolci con carne di cervo essiccata e olio al peperoncino, il “risotto” ai semi di girasole e il budino di mais dolce con salsa ai frutti di bosco (e molto altro ancora), emerge la forte energia della scena culinaria indigena promossa da Sherman. E ispirando altri, piatto dopo piatto, il suo sguardo sta cambiando il panorama gastronomico nordamericano.

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