Anghiari appare all’improvviso, distesa sulla collina come una promessa mantenuta. Le sue strade si arrampicano e precipitano insieme, dritte, vertiginose, ricordano quelle di San Francisco nella loro geometria medievale. C’è qualcosa di antico e ostinato in questo borgo toscano che deve la fama a una battaglia lontana, quella del 1440, quando Firenze e Milano si contesero questo lembo di terra e Leonardo da Vinci cercò di fermarne il furore sulla parete di Palazzo Vecchio. La storia, qui, non se n’è mai andata: si sente nel selciato, nelle finestre strette, nell’odore di legna che arriva dai camini.
È in una di queste stradine che si apre Ristorante Nena, un’insegna discreta, quasi sussurrata, protetta da un paio di ombrelloni bianchi e vasi di fiori rossi. Dentro, il tempo cambia ritmo. Sopra al piccolo bancone di legno, un grande quadro domina la stanza: è Nena, la fondatrice, che negli anni Sessanta aprì questo locale con la stessa naturalezza con cui si apre una porta di casa.

Il bancone nella sala principale – Foto Sonia Ricci
Il ritratto – datato 1992 – sembra guardare ancora tutto: i clienti, i bicchieri, le tovaglie di carta. Forse anche Paolo e Sergio, i due uomini che oggi accolgono, con le parannanze scure e i modi gentili di chi conosce il valore del silenzio. Cordiali ma schivi, premurosi ma mai invadenti: un equilibrio raro, da vecchia scuola di osteria.
La sala principale è un piccolo teatro della memoria. Le pareti coperte di quadri, le luci giallognole che ammorbidiscono ogni cosa, come un filtro caldo sugli anni. L’aria ha una temperatura emotiva: ci si sprofonda dentro, come su un divano. Sul bancone, una coppa gigante – chissà quale vittoria celebra – e una vecchia macchina del caffè ancora operativa, fedele come un animale domestico. Dietro, il bancone metallico con il computer delle comande, segno che la modernità ha bussato ma senza disturbare troppo.

Il prosciutto tagliato al coltello – Foto Sonia Ricci
Bastano quattro scalini per cambiare prospettiva. Nell’angolo verso i bagni, compare un prosciutto maestoso, poggiato su un porta-prosciutto di marmo e metallo. La carne rossa e soda, le venature bianche, il coltello accanto che sembra sussurrare “prendimi e taglia”. Non lo fa nessuno, naturalmente, ma tutti lo pensano. Dietro una tenda, un’altra scena: il pane sciapo, toscano, disposto su una vecchia madia in legno. Che bei mobili, penso, mobili dedicati al cibo, al gesto, alla lentezza. Sempre più rari.

La trippa – Foto Sonia Ricci
In cucina c’è Palmira, che lavora come si parla a bassa voce, in accordo con Paolo e Sergio. Da quella stanza arrivano profumi che raccontano una Toscana di ieri, ma ancora viva: trippa, pappa al pomodoro, bringoli al sugo finto, ovvero pancetta, carota, sedano, cipolla e una sporcata di pomodoro. I bringoli – sì, simili ai bigoli ma più ruvidi – sono il piatto migliore: sapore lungo e deciso, pasta soda, condimento che abbraccia senza ungere. Un piatto goloso, ma non stanco. Un piatto che fa sorridere.

Pappa al pomodoro – Foto Sonia Ricci
La pappa al pomodoro segue da vicino: cremosa, quasi collosa, acida il giusto, capace di tenere insieme la semplicità e la profondità. È il tipo di piatto che non si dimentica perché restituisce un gesto, un tempo, una madre che mescola con il mestolo di legno. Le “bocche di rana” ai fegatini e funghi – nome curioso, pasta corta e ondulata – perdono qualcosa nella cottura, ma il condimento è di quelli che rimangono in gola con dolcezza.
Poi c’è la verdura di campo, tritata fine, saltata con olio e aglio: un verde intenso, quasi nero, dal sapore minerale, pulito, di bosco e di brace. Sarebbe un finale perfetto, ma assaggiamo anche il dolce: il Pan di Caffè. Una specie di panna cotta più densa, vellutata, immersa in un lago di caffè. Buono ma non memorabile. Mentre la carta dei vini, scritta su dei simpatici fogli protocollo, è interessante con molte referenze regionali e con buoni ricarichi.

Veduta di Anghiari dall’alto – Foto Sonia Ricci
Fuori, Anghiari scende a picco verso la valle. Il vento sposta un po’ le tende all’ingresso, la statua in piazza continua a puntare l’orizzonte. Dentro, invece, tutto resta fermo: il rumore dei piatti, il bicchiere di vino, la voce di Palmira che chiama dalla cucina. E il cliente, che da tempo non si sentiva così a casa, sorride in silenzio, con un’ultima cucchiaiata di pappa al pomodoro.
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