La Rue è il ristorante milanese aperto da poco che dimostra ancora una volta – come se ce ne fosse bisogno – come a Parigi si possa spendere molto meno per mangiare a livello medio che nel capoluogo lombardo. Il locale in corso Garibaldi ispirato al celebre “Entrecôte de Paris” in rue de Marignan, a due passi dagli Champs Elysées, indirizzo molto amato da chi vuole mangiare senza rovinarsi nella Ville Lumière, propone lo stesso menu fisso basato fondamentalmente su un unico piatto, la bistecca di manzo. Ma a Parigi il prezzo dell’esperienza (si dice così, ora) è di 26,50 euro, mentre a Milano il costo è di 35 euro, il 32 per cento in più.

L’interno di La Rue
Eppure la clientela milanese non sembra turbata da questa circostanza (di cui peraltro probabilmente non è al corrente) e affolla numerosa e ciarliera il locale, allungando la fila fuori dal locale. Già, perché da La Rue, come nell’indirizzo fratello parigino, non si prenota. Si va e ci si mette in fila davanti a un desk con graziose hostess che regolano il flusso, fiduciosi nel fatto che la formula bloccata garantisca un rapido turn-over (cosa che effettivamente accade).
Per la verità la sera in cui ho deciso di visitare personalmente il locale sono riuscito ad avere un tavolo subito. Ma era un giorno ferialissimo (un martedì) e l’orario piuttosto tardo (le 21,20). Il locale al suo interno era pieno ma non pienissimo, anche se il cameriere che mi ha accolto ha fatto genericamente riferimento a una sala in cima a una ripida scala decisamente piena (e si sentiva effettivamente un discreto vociare). Io però mi sono accontentato del più quieto piano terra, da dove speravo di tenere d’occhio il meccanismo di funzionamento del locale.

La bistecca
Già, che cosa accade da La Rue? Il meccanismo è piuttosto semplice. Ci si accomoda e ci si vede portare rapidissimamente (qui il tempo è denaro) un menu. Che in fondo è un ammennicolo piuttosto inutile, perché qui non c’è molto da scegliere. Soltanto la cottura della carne (Ben cotta? Media? Al sangue?) ma per quello non ha bisogno di un vademecum. La carta così spiega soltanto in tono “simpatico” il meccanismo del format. Poi elenca i fuori menu: vale a dire i dolci (che sono sette, classicissimi e vanno pagati a parte, tutti 8 euro, tranne il gelato à la minute, che ne costa 9) e le bevande. Chi si accontenta dell’acqua sappia che essa, come da civilissima tradizione francese, è compresa nel prezzo e microfiltrata. Mentre chi vuole un po’ di alcol può pescare da una selezione di una trentina di bottiglie quasi tutte francesi (ma tra uno Champagne Gonet-Medeville e uno Chablis Vieilles Vignes spuntano classiconi italiani come Il Bruciato, il Tignanello e un Cervaro della Sala).
Non ci spieghiamo francamente la presenza in carta di vini come il Solaia (a 600 euro) o il Puligny-Montrachet 1er Cru Les Pucelles (a 350). Perché uno dovrebbe venire qui e pagare 35 euro una bistecca e poi spendere dieci volte tanto per un vino? E infatti sui tavoli vedo molti calici (a prezzi onesti, dai 6,50 ai 9 euro, anche se in alcuni casi non è indicata la casa produttrice) oppure un oscuro vino della casa in caraffa: un Dolcetto Doc a 6 euro per un “quartino” da 250 ml (e 5 per un Riesling o per uno Cortese), mentre la caraffa la mezzo litro viene 11 per il rosso e 9,50 per i bianchi.

Lo chef
E veniamo al cibo. All’inizio, quasi subito, arriva in tavola un piatto di insalata verde, con rapanelli noci e una salsa vinaigrette accompagnata da un cestino con sei fette di una baguette piuttosto fresca. Constaterò alla fine che trattasi dell’episodio migliore della serata. Appena finita l’insalata, in un paio di minuti arriva l’Entrecôte, 180 grammi di carne già tagliata in spesse fette e ricoperta, quasi soffocata, da una salsa “segreta” che copre completamente il sapore della carne. In questo modo è quasi del tutto impossibile capire la qualità del taglio. A fianco della carne, un abbondante montagnetta di patatine fritte stick preparate in casa. Il taglio minimo delle patatine e la frittura ai limiti della bruciatura le rende piuttosto secche, anche se, va detto, le patate fritte non si rifiutano mai.

Il menu
Quando non ho ancora finito il mio piatto, un cameriere elegante mi si avvicina con aria complice e mi chiede: “Il bis lo prende?”. Avevo sentito di questa cosa del bis, ma ammetto che non ci credevo davvero. Ti pare, il bis a Milano? Grato più che affamato accetto, quasi mi trovassi davanti al cipiglio di una zia che potrebbe impermalosirsi davanti a un rifiuto (“non ti piace? Ma l’ho fatto io!”) mi vedo portare dapprima un’altra collinetta di frites e penso che la replica riguardi solo il contorno. Malfidato. Dopo un paio di minuti arriva anche un altro po’ di carne. Non si sa mai. Alla fine prendo anche il dolce: una Crème Brûlée con cardamomo e vaniglia, alla fine piuttosto buona anche se in porzione davvero minuscola, in controtendenza con tutta la serata.

Il gelato à la minute
E l’ambiente? Ricorda quello di una brasserie francese, molto legno rosso scuro e a terra mattonelle bianche e rosse. Sedie da bistrot, divanetti alle pareti, tavoli molto stretti, alla francese. L’atmosfera in realtà ricorda molto quella di un bouillon: informalità, velocità, più quantità che qualità.
In quaranta minuti sono fuori. Prezzo totale 49 euro. Ai 35 del menu a prezzo fisso ho aggiunto 6 euro di vino e 8 di dessert. Pro? La velocità, se si vuole proseguire la serata altrove. Le regole chiare. L’abbondanza delle porzioni e il bis compreso. L’assenza di coperto e l’acqua compresa. Contro? Il prezzo alla fine non così conveniente per una formula che consente di risparmiare sulle forniture e di industrializzare il processo. La qualità non eccelsa degli ingredienti (ma anche se lo fosse, le salse invadenti rovinerebbero tutto). L’incertezza sui tempi della fila (e se piove?). La formattazione esagerata del progetto. Ma soprattutto l’impressione di sentirsi un numero e non un cliente.
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