L’Europa vuole svecchiare il suo approccio alle biotecnologie e lo farà attraverso quello che entro la fine del 2026 verrà presentato come Biotech Act, una strategia per rilanciare la competitività nelle biotecnologie nei settori chiave della salute, dell’ambiente e dell’industria. L’obiettivo è creare un quadro normativo unico che semplifichi ricerca, produzione e investimenti, favorendo lo sviluppo di innovazioni biotecnologiche nel continente. Un piano che mira anche a ridurre la dipendenza da Paesi terzi e a fare del biotech un motore della transizione verde e digitale europea.
La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica nell’agosto scorso e prevede di adottare la legislazione definitiva nel terzo trimestre del 2026. Proprio per questo in occasione dell’evento Next Bite 2025 a Bruxelles, l’evento di punta dell’iniziativa europea per l’innovazione agroalimentare EIT Food, si è discusso di quello che è il grande assente del futuro quadro normativo sulle biotecnologie: il cibo.
«Il Biotech Act cita il food, ma in modo marginale. È necessario un impegno più esplicito», ha dichiarato il ceo di EIT Food Richard Zaltzman durante la conferenza NextBite, chiedendo di riconoscere la biotecnologia alimentare come pilastro strategico al pari di quella sanitaria e chimica. Proprio per questo EIT Food lancerà nel 2026 la European Agrifood Biotech Alliance, una rete che riunirà aziende, centri di ricerca, start-up e istituzioni pubbliche in una piattaforma comune di innovazione e regolazione, e che avrà come obiettivo quello di dare al biotech del cibo la visibilità politica e i mezzi economici che finora sono andati ad altri settori.

Oltre all’aspetto propositivo questa all’Alleanza si propone di accelerare lo sviluppo di tecnologie di frontiera – dalla fermentazione di precisione alle nuove fonti proteiche, fino all’ingegneria del microbioma e alle colture cellulari – con l’obiettivo di creare un ecosistema connesso e competitivo. Dietro questa spinta c’è la convinzione che la biotecnologia non sia più solo un’eredità del passato, ma una leva strategica per la transizione verde e digitale dell’agricoltura europea. A tal proposito, durante l’ultima edizione di Next Bite, è stato presentato uno studio realizzato da EIT Food con McKinsey nel quale si stima che il biotech potrebbe trasformare il 60% della produzione agricola dell’Ue generando tra 30 e 50 miliardi di euro di valore aggiunto.
Un approccio innovativo alle biotecnologie, però, non potrebbe realizzarsi senza affrontare quattro temi diventati ormai imprescindibili. In primis il degrado ambientale, con l’80% dei terreni agricoli europei destinato all’alimentazione animale che produce un quinto delle emissioni globali di gas serra. Sul fronte sanitario la dieta europea contribuisce a una crisi silenziosa che si evidenzia con il fatto che più della metà degli adulti è in sovrappeso e le malattie legate all’alimentazione rappresentano il 70% delle morti premature nel mondo. Ma la posta in gioco è anche sul fronte dell’economia dato che l’Europa sta restando indietro rispetto a Stati Uniti e Asia nell’attrarre investimenti e nel far crescere start-up biotecnologiche.
A frenare il settore c’è anche da considerare la carenza di competenze data la scarsità di professionisti capaci di gestire processi industriali complessi e sostenibili. Accanto all’innovazione tecnologica, resta però il nodo della percezione pubblica. Secondo l’Osservatorio di EIT Food, meno della metà dei cittadini europei accetta alimenti prodotti con fermentazione di precisione o carne coltivata. «Non è la scienza a essere respinta, ma l’incertezza», osserva Lorena Savani, direttrice per le biotecnologie e le proteine di EIT Food. «Solo con trasparenza e equità potremo ottenere fiducia e consenso sociale».
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