L’annata 2025 ha fatto lo sgambetto ai produttori di uve. A giudicare dalle quotazioni alla produzione, per molte si registrano vistosi cali rispetto a un anno fa. La previsione di un rialzo dei volumi, a livello nazionale, comunicata a settembre, assieme alla flessione dei consumi e dell’export (su cui pesano i dazi Usa), hanno giocato contro. Il quadro preoccupa, e non poco, distretti e associazioni soprattutto per la tenuta della base. L’analisi di Borsa merci telematica italiana (Bmti), per il settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso, disegna un quadro con numerosi segni meno. Il trend non risparmia Dop blasonate e alimenta, dove le imprese sono più in difficoltà, un destabilizzante cortocircuito per cui le quotazioni delle generiche sono vicine a quelle dei vini a denominazione, col risultato che è più redditizio farsi pagare un quintale di uve per vino da tavola che per vino Dop.
Partendo dai dati 2025, Bmti dice che in Piemonte i prezzi delle uve per produrre Barbera d’Asti Docg (120 euro a quintale) quotate alla Camera di Commercio di Asti accusano un -6% sul 2024. Cali tendenziali in Veneto, a Verona, per le uve atte a Lugana Doc (-2% a una media di 205 euro/q) e, soprattutto, per Recioto e Amarone della Valpolicella (-11%; 185 euro/q); stabili le uve per Soave Doc (45 euro/q); in provincia di Treviso, stazionaria la glera per Conegliano Valdobbiadene Docg (150 euro/q) mentre è in ribasso (-9%) quella per il Prosecco Superiore di Cartizze (340 euro a quintale).

Nell’Italia centrale, in Toscana, diffusi ribassi per le uve destinate ai grandi vini sull’importante piazza di Siena. Secondo Bmti, il confronto col 2024 restituisce flessioni di oltre 40% per il sangiovese da Brunello di Montalcino Docg (250 euro a quintale) e segni negativi per Chianti Classico Docg (-5% a 170 euro/q) e Nobile di Montepulciano Docg (-15%, 130 euro/q). In Maremma, doppia cifra negativa per Morellino di Scansano Docg (-26%, 80 euro/q). In Umbria, sfiora il 15% la riduzione per le uve da Sagrantino Docg (120 euro/q). Robusto calo in Abruzzo per le uve da Montepulciano d’Abruzzo Doc (circa 50 euro/q), con un -20%. Più a sud, in Puglia, la Coldiretti regionale ha segnalato già da settembre una «pressione sui prezzi delle uve, troppo bassi e incapaci di compensare i costi di produzione saliti per il clima estremo».
Che tale tendenza non sia un normale effetto dell’annata 2025, lo sottolinea il presidente di Cia, Cristiano Fini, che spiega come le stime di inizio vendemmia indicassero una produzione in crescita dell’8% sul 2024 «ma i dati consuntivi mostrano un aumento molto più contenuto. Nonostante ciò – rimarca – quella previsione iniziale ha inciso in modo decisivo e fuorviante sulla definizione dei prezzi delle uve, coinvolgendo denominazioni tradizionalmente stabili». Elemento a cui si è aggiunto il calo di vendite: «La combinazione tra minori sbocchi commerciali e una produzione considerata in aumento ha portato alla flessione delle quotazioni in vendemmia». Si spera in un recupero dei prezzi sul vino imbottigliato. «Abbiamo validi motivi per preoccuparci – fa sapere i sindacato di via Fortuny – perché il calo dei consumi interni e la riduzione dell’export stanno generando un surplus di prodotto, soprattutto per i rossi, che si riflette sulle quotazioni delle uve e, quindi, sul reddito dei viticoltori, col rischio di disinvestimento delle imprese». I territori più orientati ai volumi e con costi di produzione elevati, sono più esposti mentre le Dop più forti «possono assorbire meglio la fase».

Cristiano Fini – presidente Cia Agricoltori italiani
Una delle Dop per oltre 25 anni sulla cresta dell’onda come l’Amarone della Valpolicella non può temere oscillazioni, seppure registri nel 2025 (dati Bmti) cali in doppia cifra. Lo sottolinea Christian Marchesini, presidente del Consorzio, che tuttavia è dovuto intervenire per garantire equilibrio: «In casi come il 2025, il mercato in reagisce in modo isterico: quando si ha la sensazione che tutto l’ambiente navighi nell’incertezza, allora chi acquista le uve cerca di pagarle il meno possibile. A inizio campagna – racconta – ci siamo ritrovati con proposte troppo basse e con operatori che, addirittura, non si sono più rivolti all’acquisto, lasciando orfane diverse aziende produttrici di uve». Situazione su cui il Consorzio si è mosso d’urgenza: «Incontrando la filiera e fornendo dati per aggiornare produttori (circa 2.500) e acquirenti di uve (circa 360 gli imbottigliatori) con l’obiettivo di evitare eccessivi ribassi delle quotazioni, perché sarebbe stato troppo gravoso per i produttori-agricoltori». Marchesini rivendica la bontà delle strategie consortili: «Siamo riusciti a contenere la riduzione dei valori delle uve anche col taglio delle rese del Valpolicella Doc per i prossimi tre anni. Senza tali provvedimenti in questo 2025 avremmo avuto segni meno molto più ampi».

Christian Marchesini, presidente Consorzio vini Valpolicella
«La situazione del mercato delle uve – spiega Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio del Morellino di Scansano – non è stata facile per nessuna denominazione e la presenza di giacenze leggermente superiori alla norma caratterizza più territori. Sul Morellino abbiamo registrato un calo dei prezzi. La riduzione della raccolta nel 2025 ha avuto un effetto mitigante, contribuendo a bilanciare la flessione, impedendo fluttuazioni eccessive». Per contro, spiega l’ente toscano, c’è un graduale aumento degli imbottigliamenti, il che dimostra la «capacità di adattamento della denominazione».

Bernardo Guicciardini Calamai, presidente Consorzio Morellino di Scansano
A fronte della flessione sul mercato delle uve, non ci sono motivi per cui i prezzi dei vini debbano crollare, osserva il presidente di Legacoop Agroalimentare, Cristian Maretti: «Col vino in cantina e un quadro più chiaro, questa vendemmia non giustifica un calo dei prezzi come paventato da qualcuno quando si parlava di stime di produzione. È vero che i prezzi non saranno posizionati tanto in alto, ma non è il momento di svendere». Secondo Maretti, la 2025 è un’annata che «consente di giocare una buona partita, senza dover deprimere i consumi perché il prodotto costa troppo e senza dover avere a tutti costi del vino da smaltire».

Cristian Maretti – presidente Legacoop Agroalimentare
La dinamica dei prezzi alla produzione sta, tuttavia, creando un paradosso di mercato, che si sta acuendo in specifici territori. In Abruzzo, rileva Nicola Dragani, esperto enologo e consigliere del Consorzio vini d’Abruzzo, c’è un «assottigliamento della forbice tra prezzi delle uve per vini comuni e per vini Dop. Come si nota dalle liquidazioni della raccolta 2024, che da settembre le cooperative pagano ai conferitori». Nei numeri: il Montepulciano d’Abruzzo Doc (ma il trend è analogo per il Trebbiano) ha una resa di 150 quintali/ettaro a cui va aggiunto un supero di 30 quintali. In base alle liquidazioni 2024, il prezzo pagato per grado Babo è stato mediamente di 2,80 euro. Ciò significa che su un totale di 180 quintali, a 19 gradi Babo pagati a 2,80 euro, la liquidazione è circa 9.500 euro. «Un incasso inferiore di circa 2.800 euro rispetto a quello per le uve rosse per vini comuni, che hanno rese per ettaro di 300 quintali, un grado Babo a 18 ed essendo pagate 2,30 a grado consentono di incassare 12.400 euro. Perché – si chiede Dragani – un produttore dovrebbe produrre e rivendicare uve Doc se perde denaro?».
Secondo Dragani, in un 2025 in cui c’è un eccesso di produzione, sono in molti a non voler rivendicare la Doc perché non conviene. «Anche per questo, in uno scenario di calo dei consumi e vendite, occorre ridurre le rese. Bisogna creare una forbice più ampia tra le uve senza denominazione e le uve con denominazione, per spingere maggiormente le uve Doc. Non va dimenticato il valore socio-culturale e paesaggistico del vino. Se non si cambia rotta, rischiamo l’abbandono delle terre».

Torna sul tema Giampaolo Bassetti, dg di Caviro (gruppo cooperativo romagnolo, con 24 cantine in 8 regioni, 14.900 soci e 34mila ettari), evidenziando come «anche nel 2025 i vini generici abbiano registrato aumenti di prezzo, come certificato da Ismea, mentre i Doc sono diminuiti e gli Igt stabili. Sugli scaffali della Gdo, alcuni vini da tavola di qualità si trovano ormai molto vicini ai prezzi di Doc e Igt e, in promozione, sono talvolta superiori». Il manager invita a guardare le giacenze al 31 ottobre: «Paradosso più evidente, perché Doc e Igt rappresentano circa l’83% dello stock complessivo». In altre parole, in Italia il vino comune scarseggia, in particolare il bianco. «Una carenza – aggiunge – che deriva da due fattori: la scarsa produzione spagnola, dovuta a due vendemmie difficili, nostro storico concorrente per le forniture di sfusi, e le conseguenti richieste di quantità importanti da parte dei grandi spumantisti francesi e italiani». In questo scenario, i vini comuni mostrano un andamento dinamico, con tensioni al rialzo e redditività per ettaro superiori persino a quella di alcuni Doc.
«Ma attenzione – avverte – a dire che occorre ridurre in Italia le rese dei vini generici, soprattutto in un contesto di sovrapproduzione e alte giacenze. Le soluzioni vanno costruite con attenzione sui territori, tenendo conto dei redditi agricoli. Non possiamo sottrarre valore ai viticoltori. Allo stesso tempo, è fondamentale tutelare Doc e Igt, massima espressione dei territori e patrimonio strategico per l’enoturismo».

Giampaolo Bassetti, direttore generale Caviro
Dove sta la soluzione? Interventi istituzionali a sostegno delle aziende in casi di maggiore volatilità, ma anche strumenti che rafforzino la liquidità, agevolazioni per investimenti tecnologici e agronomici sulla resilienza climatica, incentivi a pratiche sostenibili, come sostiene la Cia. Senza tralasciare la promozione (appena partita coi fondi Ocm vino), aggiornando i criteri dei bandi e valorizzando prodotti in armonia con la natura, per incontrare i consumatori contemporanei. Infine, sul piano normativo, «definire la possibilità di produrre vini naturalmente a minor contenuto alcolico la dealcolazione, per intercettare i cambiamenti strutturali dei consumi». Basterà?
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