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Come parlano le piante, e cosa si dicono

Le piante comunicano attraverso segnali chimici che partono dalle loro pareti. Capirli significa poter creare nuove varietà, migliorare la resistenza alle malattie e ridurre l’uso di pesticidi

  • 03 Novembre, 2025

Quando nel 1665 lo scienziato inglese Robert Hooke osservò al microscopio un frammento di sughero e coniò il termine “cellula”, in realtà stava guardando solo le pareti di cellule morte. Per secoli quelle strutture furono considerate semplici involucri, ovvero una cornice immobile che custodiva la vita vera, quella che si svolgeva al loro interno. Oggi un recente studio pubblicato su Nature ci svela che non si tratta solo di involucri: «La parete cellulare non è affatto morta: è un sistema dinamico, capace di percepire, comunicare e reagire», ha spiegato Alice Cheung, biologa molecolare dell’Università del Massachusetts Amherst.

Negli ultimi decenni, grazie alle nuove tecniche di biologia molecolare, gli scienziati hanno scoperto che le pareti delle cellule vegetali non sono solo barriere protettive, ma strutture vive che inviano e ricevono segnali. Queste pareti controllano la crescita, la riproduzione e persino le difese contro malattie e parassiti. Capire come “parlano” le pareti cellulari potrebbe permettere di creare piante più forti e adattabili, o addirittura nuove specie ibride.

Difese naturali e agricoltura sostenibile

Le pareti cellulari sono il primo fronte di contatto con il mondo esterno, che si tratti di sale, funghi o altri stress ambientali. Composte principalmente da polisaccaridi come cellulosa e pectina, queste strutture si comportano come un elastico intelligente, rigido per proteggere e flessibile per crescere. Quando un patogeno perfora la parete, vengono liberati frammenti che avvisano la cellula del pericolo. In risposta la pianta rafforza la barriera producendo nuove molecole e sostanze antimicrobiche. Questo meccanismo di “allerta precoce” è già stato sfruttato in campo agricolo.

«Spruzzando sulle colture estratti di alghe o funghi, possiamo attivare le difese naturali delle piante», ha spiegato Antonio Molina, biologo dell’Università Tecnica di Madrid. È un approccio che riduce l’uso di fungicidi e chimica aggressiva. Le sue aziende stanno già commercializzando questi inoculanti biologici, anche se l’effetto dura solo poche settimane. «Il segreto è applicarli nei momenti di massimo rischio, come dopo la pioggia», ha aggiunto.

Il segreto della pectina

La crescita delle piante mostra quanto la parete cellulare sia tutt’altro che rigida. Per evitare di scoppiare a causa della pressione interna, la cellula deve espandere prima la sua parete. A regolare questo processo è la pectina, una sostanza formata da una complessa rete di zuccheri. A seconda delle modifiche chimiche che subisce, la pectina può diventare più morbida o più rigida. Quando serve espandere la parete, la cellula produce pectina in una forma “morbida”; poi, una volta inserita nella struttura, enzimi specifici la induriscono.

È lo stesso principio che fa gelificare la marmellata. Sebastian Wolf, biologo dell’Università di Tubinga, ha scoperto che la pectina non controlla solo la struttura, ma anche la comunicazione tra cellule. Alcuni recettori, come Feronia, riconoscono le diverse forme di pectina e inviano segnali che guidano la crescita e la forma delle cellule, contribuendo a modellare foglie e radici.

Feronia, la dea della fertilità vegetale

Il recettore Feronia — il nome viene da una dea etrusca della fertilità — è oggi uno dei protagonisti più studiati della biologia vegetale. Si trova in molte parti della pianta e controlla processi che vanno dallo sviluppo delle radici alla riproduzione. Durante l’impollinazione, Feronia agisce come un filtro, ovvero decide se il polline che arriva è compatibile o no. Solo quello giusto riesce a penetrare e fecondare l’ovulo. Alterando questo meccanismo, i ricercatori stanno cercando di favorire incroci tra specie diverse, creando ibridi più forti o adatti a terreni difficili. «Basta ottenere un solo embrione ibrido per dare vita a una nuova varietà», spiega Cheung.

Un futuro di piante su misura

Le stesse conoscenze potrebbero essere utilizzate per migliorare frutta e ortaggi. Cambiare i segnali che regolano la pectina, ad esempio, permetterebbe di ottenere pomodori più sodi o frutti che si conservano meglio senza perdere sapore. Negli anni Novanta ci provò il pomodoro Flavr Savr, il primo geneticamente modificato, ma senza successo, visto che la consistenza migliorò poco e i costi di produzione furono considerati troppo alti. Oggi con una comprensione più profonda dei meccanismi molecolari, gli scienziati pensano di poterci riuscire davvero. Le pareti cellulari, un tempo considerate solo gusci passivi, si stanno rivelando dunque un centro vitale di comunicazione e controllo. Se i ricercatori riusciranno ad “ascoltarle”, potrebbero guidarci verso una nuova rivoluzione agricola con piante più resistenti, frutti migliori e colture capaci di crescere anche nei terreni più difficili. Tutto grazie a quelle minuscole pareti che, finalmente, abbiamo imparato a sentir parlare.

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