Stati Uniti

Trump apre alla carne argentina per fermare l’inflazione (ma i suoi elettori protestano)

L’import di carne argentina divide il settore e rischia di avere effetti minimi sui prezzi al consumo

  • 27 Ottobre, 2025

Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti potrebbero aprire le porte alla carne bovina argentina per calmierare i prezzi al consumo, in un nuovo tentativo di contenere l’inflazione che pesa sulle famiglie americane. Parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, di ritorno dalla Florida pochi giorni fa, Trump ha spiegato che l’acquisto di manzo argentino potrebbe contribuire a far scendere i prezzi della carne, oggi ai massimi livelli. L’iniziativa si inserisce nella strategia della Casa Bianca per contrastare la corsa dei prezzi alimentari, sostenuta da fattori come la siccità e il crollo delle importazioni dal Messico, dove un parassita ha colpito gli allevamenti.

Abbassare i prezzi e sostenere l’Argentina

La proposta arriva mentre Washington lavora per rafforzare i legami economici con Buenos Aires. L’amministrazione Trump sta infatti valutando una linea di credito da 20 miliardi di dollari e ulteriori forme di sostegno finanziario per stabilizzare il peso argentino e sostenere il presidente Javier Milei, alleato politico del leader repubblicano. Con questa mossa, Trump punta a ridurre la pressione interna sui prezzi e, allo stesso tempo, a consolidare l’asse con il nuovo governo argentino, in vista delle prossime sfide economiche e politiche a livello internazionale. Un piano che però sta incontrando forti resistenze proprio in casa.

Le resistenze interne e il problema dei dazi

Gli allevatori americani, protagonisti di una fase di bassa redditività, temono che la misura possa compromettere i loro guadagni, mentre gli economisti dubitano che l’operazione possa davvero abbassare i prezzi nei supermercati. Le principali organizzazioni del settore — tra cui la National Cattlemen’s Beef Association e la Ranchers-Cattlemen Action Legal Fund — hanno criticato duramente l’iniziativa, accusando la Casa Bianca di minare la competitività dei produttori nazionali. Gli esperti ricordano che la carne argentina rappresenta appena il 2% delle importazioni statunitensi e che anche raddoppiando quella quota l’impatto sui prezzi sarebbe minimo. Secondo gli allevatori, la decisione contraddice la retorica “America First” di Trump e rischia di replicare vecchie politiche di libero scambio che favorivano prodotti a basso costo dall’estero. Il prezzo medio del manzo macinato ha toccato un record di 6,32 dollari al chilo, spinto da una combinazione di fattori come la domanda elevata, il numero di capi più basso dal 1961 e una serie di dazi imposti da Trump, tra cui il 50% sulle importazioni dal Brasile. Le restrizioni al Messico, colpito da un parassita che devasta gli allevamenti, hanno ulteriormente ridotto l’offerta. Proprio per questo motivo alcuni allevatori americani, pur avendo sostenuto Trump, ora temono che le sue politiche commerciali stiano danneggiando il settore. Il Dipartimento dell’Agricoltura ha comunque assicurato che la priorità resta rafforzare la produzione nazionale, ampliando le aree di pascolo e aprendo nuovi impianti di lavorazione. La segretaria Brooke Rollins ha promesso un equilibrio tra prezzi più accessibili e la sopravvivenza degli allevatori, mentre dalla Casa Bianca filtrano segnali che Trump potrebbe rivedere il piano argentino nelle prossime settimane.

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