Stati Uniti

La crisi del vino fa tremare anche la California. E adesso si fa strada l'idea degli estirpi

Eccesso di produzione, export in stallo e nuove abitudini di consumo mettono in ginocchio l’industria vinicola di Napa e di Sonoma. Il colpo di grazia? I rapporti tesi con il Canada

  • 16 Ottobre, 2025

La California sta vivendo un paradosso: quest’anno il raccolto di Sonoma e Napa sembra essere molto promettente, eppure il mercato non sa più dove mettere le bottiglie mentre l’industria del vino sta vivendo il suo peggior momento «dai tempi del Proibizionismo», si legge sul Wall Street Journal. L’eccesso di offerta, il calo di consumi e le tensioni commerciali con il Canada insieme a nuovi stili di vita che ridisegnano il rapporto degli americani con l’alcol stanno ridisegnando le coordinate del vino statunitense.

Emerge una fotografia preoccupante, molto simile a quella europea: i magazzini sono pieni di vino invenduto, mentre l’ultima vendemmia – favorita da un clima quasi perfetto, fresco e senza estremi – ha regalato una produzione ancora più abbondante. «È la prima volta in venticinque anni che abbiamo il 30% delle uve senza un acquirente», dice John Balletto, uno dei volti storici della viticoltura di Sonoma.

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Il peso dell’abbondanza

Da decenni la California rappresenta l’80% del vino americano, e la sua ascesa sembrava inarrestabile. Oggi i grandi gruppi come Constellation Brands e Jackson Family Wines tagliano gli acquisti, razionalizzano, ripensano i portafogli varietali. Mitch Davis, Chief Operating Officer di Jackson Family, parla di «una fase di ricostruzione»: alcune vigne saranno estirpate per reimpiantare varietà più richieste, come il Sauvignon Blanc.

Prezzi, strategie e ritorno del vino “popolare”

C’è anche una questione legata al prezzo, che fino a pochi anni fa, non riguardava il vino californiano (di prezzo e di crisi ne parla anche Eric Asimov sul New York Times). «C’è una linea magica, i 19,99 dollari», dice Shilah Salmon, vicepresidente marketing di Jackson Family. «Superata quella soglia, molti consumatori esitano». È un segnale forte: i produttori più strutturati stanno abbassando i listini e investendo in etichette accessibili, come la nuova bollicina di Kendall-Jackson, posizionata sotto i 20 dollari. 

Crolla l’export verso il Canada

Se l’interno scricchiola, l’estero crolla. Le tensioni commerciali tra Washington e Ottawa hanno quasi azzerato le esportazioni verso il Canada, primo mercato straniero per il vino Usa: un -96% nel secondo trimestre dell’anno. «Il danno è reale e duraturo», ammette Robert Koch del Wine Institute. È una ferita che pesa su migliaia di addetti, in una filiera che valeva oltre 50 miliardi di dollari solo pochi anni fa.

Il cambio culturale

Dietro ai numeri si muove però qualcosa di più profondo: il cambiamento delle abitudini. Gli americani bevono meno. I dati Gallup parlano chiaro: solo il 54% degli adulti consuma alcol, il livello più basso in quasi novant’anni. Crescono le bevande a base di THC, i mocktail, la consapevolezza salutista e perfino gli effetti collaterali dei farmaci anti-obesità come l’Ozempic riducono il desiderio di bere. La generazione che aveva fatto del vino un simbolo di status e cultura oggi lascia spazio a una nuova fascia di consumatori più attenti alla sostenibilità e meno disposti all’eccesso.

Il ricorso agli espianti

Di fronte a questa tempesta perfetta, molti produttori reagiscono con pragmatismo. Alcuni lasciano a riposo le vigne, altri vendono uve a basso prezzo per la produzione di “bulk wine” destinato a marchi privati di catene come Trader Joe’s o Aldi. Una strategia di sopravvivenza, non senza rischi. «Si incassa poco, ma almeno si evita di buttare via un raccolto», dice Balletto.
Nel frattempo, tra le colline di Russian River Valley, si stima che «tra 2mila e 5mila acri (tra gli 800 e i 2000 ettari) potrebbero essere estirpati nei prossimi anni. Alcuni vigneti non verranno più ripiantati». 

Il futuro del vino californiano

Come sottolinea Karissa Kruse, ceo di Sonoma County Winegrowers, «Se un produttore stava pensando di sostituire il vigneto nei prossimi dieci anni, in realtà lo sta già facendo adesso». Forse da questa crisi nascerà un’altra stagione per il vino californiano. Meno legata al mito del lusso e più al racconto del territorio. Perché come ricorda Balletto, «dobbiamo essere più incentrati sul consumatore».

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