Itinerari

Vini e cantine da non perdere a due passi dalla Capitale

Ai confini con la Capitale, i vignaioli del Lazio hanno cambiato passo. A partire dal Cesanese, ma non solo. Ecco i migliori assaggi

  • 29 Dicembre, 2025

Il dualismo Lazio-Roma è una rappresentazione quasi perfetta del contrasto tra la Capitale e tutto ciò che la circonda. In questa grande cinta periferica e rurale intorno all’Urbe che è la regione, convivono culture diverse che si sono sviluppate in un territorio geograficamente frammentato, spesso influenzate dalle regioni vicine. È per questo che il Lazio restituisce un quadro anarchico anche sul fronte vino: non c’è un singolo vitigno o un territorio solo che lo rappresenti, ma una costellazione di realtà diverse e spesso minuscole. L’unico elemento comune? Un legame storico e preferenziale con la Capitale. Eppure, qualcosa sta cambiando: i risultati della Guida Vini d’Italia 2026 sono la cartina al tornasole di tutto questo. Undici i Tre Bicchieri laziali, uno in più dell’anno scorso, ma con una performance di denominazioni e vitigni chiave più solida rispetto al passato: questo ci fa capire che finalmente sta nascendo un movimento. A partire dalle zone del Cesanese

Roma e Lazio: ritardo accumulato

Il legame della regione con Roma, peraltro, è sempre stato croce e delizia: grazie all’implacabile sete di turisti e romani, i produttori laziali hanno potuto continuare a realizzare vini approssimativi – e venderli lo stesso – mentre tutto il resto del Paese andava incontro a un cambiamento radicale. Certo, Roma è il luogo in cui a partire dagli Anni ‘80 si è concretizzata la rivoluzione del bere bene, grazie a istituzioni come l’Associazione Italiana Sommelier che in città ha avuto per decenni una delle sue delegazioni più importanti (oggi evoluta in Fondazione) e il Gambero Rosso. Ma la buona ristorazione nascente è stata colonizzata molto presto da toscani, piemontesi, altoatesini e via dicendo. I vini laziali, invece, sono rimasti a lungo relegati nel segmento del basso prezzo e dei grandi volumi.

La rinascita della ristorazione (e del vino)

Per fortuna qualcosa sta cambiando: la nouvelle vague della ristorazione romana non ha solo trasformato la tradizione capitolina in un fenomeno pop, ma ha anche favorito la riscoperta dei prodotti regionali di qualità. Di questa tendenza ha beneficiato anche il vino: enoteche, trattorie e persino catene di street food romano di successo come Trapizzino hanno rinunciato progressivamente allo “sfuso frizzantino” evocato negli stornelli romani per fare un salto di qualità. Non si può dire che la nuova viticoltura laziale abbia conquistato una posizione dominante, perché nel Lazio si beve ancora molto vino extra-regionale, ma di certo è riuscita a ritagliarsi una buona nicchia.

Rivoluzione Cesanese: rosso in controtendenza

Sicuramente la maggior parte dell’entusiasmo si concentra attorno al Cesanese, vitigno in controtendenza in un momento in cui i rossi arrancano, sempre più importante per le intere province di Roma e Frosinone. Se qualcuno lo ricorda come un rosso rude e alle volte un po’ ossidato, è per colpa di chi non l’ha saputo gestire in passato. In realtà i vitigni sono due: Cesanese d’Affile e Cesanese Comune. Entrambi non facilissimi da coltivare, perché se si vendemmia troppo presto danno note erbacee fastidiose e sapori amari; se, invece, si aspetta troppo rischiano di esprimere nei vini tenori di alcol elevati e una sensazione di surmaturazione che evolve rapidamente nel marsalato. I migliori campioni assaggiati, però, mettono in mostra una stoffa da serie A: grazie alla trasparenza del colore, alla finezza dei profumi facilmente riconoscibili che vanno da pepe nero e bacche nelle versioni giovani a sfumature più complesse, terrestri e officinali, con l’affinamento in legno. I tannini sono incisivi, ma mai preponderanti, le acidità perfette per bilanciare i grassi abbondanti della cucina regionale. Ricalcano, in sostanza, alcune caratteristiche di uve in voga come Sangiovese e Nebbiolo, alle volte unendole con un lato più mediterraneo che può ricordare Grenache e Syrah.

Una nuova generazione tra Olevano e il Piglio

A dare vivacità al mondo Cesanese è una nuova generazione di figli di contadini che sono andati a imparare il mestiere fuori. Tra i più celebri c’è la power couple formata da Damiano Ciolli e Letizia Rocchi: il primo, figlio di produttori di sfuso, è stato incoraggiato dal compaesano Mauro Mattei (in forza da Ceretto) a innescare una vera e propria rivoluzione a Olevano Romano, borgo sconosciuto fino ai primi anni 2000. Letizia, invece, si è formata come enologa a Sauternes e Stellenbosch, salvo poi abbracciare la filosofia “less is more”. Ci regalano un Olevano Romano Cesanese Riserva ‘21 che è espressione magistrale del comprensorio ai piedi dei Monti Simbruini dove eleganza è la parole chiave, al punto che già a fine ‘800 si parlava di questo vino come del Pinot Nero del Lazio.

Nella più ampia zona del Piglio, invece, non c’è ancora un riferimento unico: lo scenario è frammentato, con molte etichette interessanti tirate in numeri quasi irrisori. In assenza di Coletti Conti, costretto a saltare il giro per i danni da peronospora del ‘23, è Casale della Ioria a distinguersi tra i “classici” con il Torre del Piano Riserva ‘22, materico ma ben definito. Seguono vigneron come Pietro Lolli, che gestisce praticamente in solitaria la vecchia proprietà di famiglia, seguendo criteri non interventisti: senza filtri né sbavature il suo Gricciano ‘19. Piú scapigliato – ma originale – Mola da Piedi ‘22 di Maria Ernesta Berucci, erede di una famiglia storica che è ripartita da zero ed è diventata una rising star, forte di uno stile oculatamente “naturale”.

E che dire delle scoperte al di là dalle denominazioni più importanti? Mai avremmo pensato che il Cesanese potesse funzionare così bene anche a due passi dal litorale di Fregene, nella storica tenuta del Castello di Torre in Pietra, dove si fa il Terre di Breccia: stile più disimpegnato, ma di vivacità e delicatezza invidiabili. Dal suolo franco-sabbioso di quella zona, si passa, poi, a quello vulcanico della vigna del Tefra ‘24 di Campolavico, rosso altrettanto contemporaneo di un’azienda giovane di Genzano.

Oltre agli assaggi della guida, in un’escursione estiva in quel di Affile (zona d’ origine del vitigno che fino a poco tempo rischiava di perdere la Doc per scarsità di volumi) abbiamo trovato qualche espressione ben evocativa di un territorio di montagna tutto da scoprire come il Bosco ‘24 di Rinelli: da vigne sopra i 600 metri, i fratelli Stefano e Giorgio Pettinelli ricavano un vino di montagna a un tempo schietto e preciso, da pane e salame.

Tuscia e Castelli Romani: i bianchi

Sul fronte bianchi la questione è più complessa: quasi troppi i vitigni potenzialmente interessanti per elencarli tutti. Due, in ogni caso, i territori che hanno una vocazione bianchista più consolidata: la parte della Tuscia che va verso l’Orvietano, al confine con l’Umbria, e i Castelli Romani. Nella prima troviamo le migliori espressioni del Grechetto, comunemente associato all’Umbria, ma più caratterizzante quando coltivato in questa zona poco sopra il lago di Bolsena, in primis grazie al clone locale, detto Orvietano. Valorizzato innanzitutto dalla famiglia Mottura, che continua a fare scuola con Latorre a Civitella e Poggio della Costa. Il Grechetto è declinato in versione altrettanto contemporanea anche dai fratelli Verdecchia di Tenuta La Pazzaglia, con la consulenza dell’enologo Daniele Di Mambro: se cercate un compagno per la cacio e pepe, il loro 109 Grechetto ‘23 è il partito perfetto con il suo effetto sgrassante rafforzato dal leggero tannino tipico del vitigno.

I Castelli Romani patiscono ancora una parziale arretratezza. E a dover cambiare in questa zona è soprattutto l’assetto del vigneto: della Malvasia del Lazio, anche nota come Malvasia Puntinata, ci sono ancora meno ettari di quelli necessari, anche se crescono molto rapidamente. Si pensi solo che, fino a una quindicina d’anni fa, non era possibile inserirne più di una piccola percentuale nell’uvaggio del Frascati, perché nell’epoca dei grandi numeri i burocrati avevano preferito l’iper-produttiva – quanto anonima – Malvasia di Candia. Eppure, chi fa sul serio oggi ne usa almeno il 70% o la vinifica del tutto in purezza: stupiscono Lavente ‘23 di Emiliano Fini, da vigne verso Aprilia e con un timbro più marino, e il Frascati Superiore La Torretta di Valle Marciana ‘23 di Gabriele Magno, ben espressivo dei tratti tipici di un vitigno che, per quanto appartenente alla famiglia delle Malvasie, non sfocia mai nell’eccesso aromatico. Notevole anche il Frascati Superiore Riserva Vigneto Falconieri ‘20 di Villa Simone, forse il primo bianco nella storia della denominazione a uscire dopo cinque anni di affinamento.

Il resto del Lazio, dalla Ciociaria al mare

Ci sarebbe molto altro da menzionare: per esempio revival del Bellone, vitigno incredibilmente versatile, che l’azienda più celebre della regione, Casale del Giglio, declina in una versione profumata e citrina, Anthium, e in un’altra, Radix, con macerazione e affinamento in anfora. Oppure il case study di Marco Muscari Tomajoli: vigne a ridosso del litorale nord, vicino Tarquinia. Vitigni rossi come Petit Verdot e Montepulciano da cui viene fuori anche un buon rosato, e il solito Vermentino, che con i terreni vicini al mare ha un rapporto preferenziale. Le bottiglie sono poche; eppure i suoi vini li trovi in carta sia nella buona osteria di pesce sul litorale così come nel grande ristorante stellato del centro di Roma, dove il rosso di punta, Aita, a base Montepulciano, riesce a conquistare chi beve grandi etichette ed è disposto a sborsare cifre importanti. E Palazzo Tronconi? Ad Arce, nella Ciociaria più profonda, quest’azienda-relais biodinamica è diventata una sorta di giardino sperimentale dove si recuperano cultivar quasi estinti: tra i bianchi Pampanaro e Maturano; tra i rossi il Lecinaro e l’Olivella, che dà il Donnicò ‘24, molto vicino stilisticamente a un grande Beaujolais.

Infine, non si possono escludere dal racconto gli internazionali: primariamente rossi come il Montiano ‘22 di Famiglia Cotarella, Merlot che si smarca abilmente dagli stereotipi dell’annata calda, ma anche bianchi. In guida trovate, per esempio, il nuovo Semillon in purezza di Tenuta di Fiorano, azienda storica sull’Appia Antica, impegnata nella valorizzazione dei vitigni bordolesi da quando Sassicaia era ancora un prototipo. Erede di un bianco già di culto: le versioni degli anni ‘60 e ‘70, prodotte prima dell’espianto della vigna storica, sono contese dai collezionisti nelle aste internazionali. A dimostrazione di come il Lazio non abbia solo un futuro roseo, ma anche un passato importante – seppur trascurato – che ne legittima ulteriormente la vocazione all’eccellenza!

Il cesanese in 8 etichette

Ecco 8 etichette selezionate tra Olevano Romano e il Piglio – arrivando fino al mare – che raccontano la new wave del vitigno più noto del Lazio: un rosso in controtendenza rispetto alla discesa dei rossi nell’appeal generale…

96
Olevano Romano Cesanese Riserva 2021

Damiano Ciolli
Olevano Romano (RM)
Ancora austero, ma capace di restituire rigore e profondità attraverso note di camino spento, liquirizia, erbe aromatiche e frutti rossi freschi. Serrato e poi più gentile, con un frutto elegantissimo, perfettamente fuso con tannini impeccabili. Ritorni salini rafforzano il senso di slancio e raffinatezza di un finale giovanile, ma già totalmente risolto.

94
Cesanese del Piglio Torre del Piano Riserva 2022

Casale della Ioria
Anagni (FR)
Un accenno di spezie dolci e caffè derivante da rovere introduce un naso variegato, con un frutto caldo ed esuberante, sussurri di erbe aromatiche e pepe a dare vivacità. Più snello del previsto, con la giusta concentrazione impeccabilmente bilanciata da tannini fitti e freschezza di arancia sanguinella. Finale ricco e allo stesso tempo dinamico.

92
Cesanese del Piglio Gricciano 2019

Fratelli Lolli
Piglio (FR)
Un esordio quasi da Vermouth su note di erbe officinali è seguito da toni animali e di frutta sotto spirito, un pizzico di evoluzione che ne rafforza il senso di profondità. C’è un tocco di volatile in apertura di bocca, che paradossalmente la rinfresca e rende più fluido il sorso ricco, avvolgente, con un tannino perfetto e un finale intrigante su toni di spezie e salamoia.

91
Lazio Cesanese Terre di Breccia 2022

Castello di Torre in Pietra
Fiumicino (RM)
Proviene da suolo franco-sabbioso per questo Cesanese della zona litoranea, con un frutto dolce e succoso abbinato ad accenni di pepe, liquirizia e qualcosa di vegetale. Schietto, asciutto al punto giusto, con il frutto fragrante che torna e gli dà distensione e scorrevolezza. Finale pepato, molto invitante.

90
Lazio Cesanese Tefra 2024

Campolavico
Genzano di Roma (RM)
Solo acciaio per questo rosso elegante, suadente, profumato di fragolina e ribes con qualche accenno fumè e balsamico sul fondo. È un eccezionale compagno di un’amatriciana fatta ad arte con il suo frutto fresco e fragrante abbinato a toni vegetali e una salinità vulcanica che accompagna il sorso in tutto il suo allungo, invitando al riassaggio.

90
Cesanese del Piglio Bosco 2024

Rinelli
Affile (RM)
Un accenno di riduzione sulle prime non pregiudica la bella espressione del frutto: quasi una fragolina di montagna, tipica dei vini prodotti in alta quota, spolverata di pepe ed erbe spontanee. Agile, schietto, con una bella facilità di beva e una chiusura giustamente asciutta che lo rende perfetto per le merende all’aperto.

89
Cesanese del Piglio Superiore Mola da Piedi 2022

Maria Ernesta Berucci
Piglio (FR)
Non mette d’accordo tutti, ma intriga parecchio con un naso che parte con toni prorompenti di salamoia d’olive e pellame, salvo poi rivelare un’anima più docile, fruttata e floreale. Coerente al palato, con ritorni boschivi che danno ampiezza a un sorso di sorprendente leggerezza e brio, senza ruvidezze tanniche e con un finale ampio senza peso.

88
Cesanese del Piglio Superiore Amor 2022

L’Avventura
Piglio (FR)
Naso scuro e complesso con toni di cioccolato, sottobosco, cuoio e frutti neri maturi: forse un pelino evoluto, ma molto espressivo. La sensazione iniziale di pienezza e potenza è stemperata da ottima acidità e tannini reattivi che bilanciano e sostengono un finale più sottile del resto, particolarmente godibile, con ritorni pepati e officinali.

8 vini per scoprire il resto del Lazio

95
Frascati Sup. Ris. Vigneto Falconieri 2020

Villa Simone
Monte Porzio Catone (RM)
Cinque anni dalla vendemmia e il naso gioca ancora su sensazioni fresche, di erba falciata e agrumi canditi, con giusto un accenno idrocarburico e di miele che rimarca l’evoluzione in fieri. Di grande struttura, ma con il piglio sapido e piacevolmente ammandorlato tipico della zona, che rinfresca e ravviva una bella progressione, pressappoco completa.

94
Frascati Sup. Ris. La Torretta di Valle Marciana 2023

Gabriele Magno
Grottaferrata (RM)
Ha un naso sottilmente aromatico, con la parte floreale della Malvasia Puntinata che fa capolino tra pietra focaia, mandorla tostata e fieno. Molto più espansivo al palato: strutturato, glicerico e capace di sostenere abbinamenti impegnativi, ma con grande salinità vulcanica che bilancia il centro bocca e lascia una lunghissima scia in chiusura.

93
Lazio Malvasia Puntinata Lavente 2023

Emiliano Fini
Aprilia (LT)
Un colore dorato intenso preannuncia un naso eloquente tra macchia mediterranea, buccia d’agrume, nocciola e pepe bianco. Quasi marino anche al palato, dove la sapidità è protagonista insieme a un bell’ accenno tattile, a tratti tannico, che gli dà struttura e spessore, allungando il finale piacevolmente asciutto, riccamente mediterraneo.

93
Lazio Bellone Anthium 2023

Casale del Giglio
Latina
La versione più canonica del Bellone ha un profumo singolare di delizia al limone abbinato a qualche accenno fumè e di lanolina. Grande acidità al palato, ma anche una discreta struttura e un finale complesso tra ritorni salini e più morbidi. Molto diverso dal Radix che, invece, gioca su un registro terroso, con più espansione, ma una beva leggermente meno agile.

 

 

93
109 Grechetto 2023

Tenuta La Pazzaglia
Castiglione in Teverina (VT)
Assolutamente tipico, ma non banale, nell’intreccio di pesca noce, erbe spontanee e agrumi, con un tocco di frutta secca sul fondo che gli dà più spessore. Ricorda uno Chablis per tensione citrina e salinità quasi dirompente, anche se la tipica nota vegetale e il tannino leggero del Grechetto si fanno sentire in chiusura, accrescendone la struttura.

91
Aita 2022

Muscari Tomajoli
Tarquinia (VT)
Grande complessità di amarena, sottobosco, cuoio e chiodo di garofano, con qualche accenno mentolato e un’impronta tostata del legno che, per quanto evidente, non stona. Il frutto è molto ricco, quasi nello stile di un buon Amarone, ma c’è tanta freschezza e un tannino felpato che dà equilibrio. Il finale, lungo e vellutato, è rinfrescato da ritorni balsamici.

90
Donnicò 2024

Palazzo Tronconi
Arce (FR)
Dodici mesi di tonneaux per questo vino biodinamico che sulle prime ci porta quasi in Francia. Il profumo è soave di fragola e fiori rossi, liquirizia e noce moscata. Succoso, immediato, di grandissima beva, quasi in stile Beaujolais, con un tannino quasi impercettibile e un finale pepato di somma scorrevolezza.

89
Santirossi 2024

Podere Grecchi
Viterbo
Rosso sorprendente a base Sangiovese con la firma enologica di Daniele Di Mambro: affinato in acciaio e dotato di un frutto molto espressivo, è vinoso ma anche preciso, con toni di pepe e alloro. Sorso agile, sferzante, con un bel frutto croccante, un tannino sottile e una chiusura tutta giocata in freschezza: ideale per arrosti e piatti caserecci.

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