La scena si ripeteva ogni anno. Un freddo come solo negli anni Ottanta, nell’aria l’odore affumicato dei camini accesi, i bambini precettati dal prete alle 17 per la confessione speciale del giorno della Vigilia. Uscivamo nell’immediato dopo pranzo – negli anni Ottanta i ragazzi stavano sempre fuori, con una palla, a passeggio o al bar, a comprare patatine, caramelle frizzanti o gommose di ultimo grido – lasciando a casa scene di organizzazione militaresca che prevedevano madri e zie all’opera. Più tardi avremmo aiutato, magari a preparare la tavola, ma all’inizio era strategico togliersi dai piedi.

Il baccalà era in ammollo da qualche giorno nella cucina/cantina del piano terra: in provincia le case erano e sono grandi, gli ambienti di “servizio” da sempre conservavano magie nere, come la damigiana con l’aceto e la madre. Oggi tutti a parlare di SCOBY, ma nelle cantine del Sud avvenivano fermentazioni che nemmeno al Noma. I barattoloni con le papaccelle conservate attendevano il Natale perché qualcuno si interessasse a loro, che poi quel sapore acre visto con gli occhi dei bambini era davvero complicato da mandare giù: meglio il ripieno di pane, alici e capperi, con le noci che nonna spaccava instancabilmente e andavamo a smangiucchiare di nascosto.

Le padelle con l’olio cominciavano a scaldarsi appena calava il buio: era giunta l’ora di preparare il baccalà fritto. Nella cucina irpina non si va per il sottile, i tranci di baccalà sono alti e cicciotti, pelle e lische non vengono eliminati prima della panatura, altrimenti si rischia di far sfaldare il pesce. Velo di farina – mescolata anche con un po’ di semola – e via nell’olio caldo, fino a raggiungere lo stato di grazia del “dorato e fritto”. Ogni pezzo, adeguatamente scolato, veniva poi messo al caldo in forno per essere mangiato insieme alla frittura di calamari, tra i secondi.

zeppole con le alici in cottura
Altro fritto che apriva la cena le zeppole: pasta cresciuta arricchita di pezzetti di baccalà o di alici sotto sale (questo il cavallo di battaglia di casa), l’assaggio di felicità bollente che veniva concesso durante la preparazione. Il baccalà all’insalata, i cavolfiori, contorni, antipasti o rinforzi, tutto era già pronto: solo gli spaghetti con le vongole sarebbero stati religiosamente preparati al momento.
Fatto il grosso, anche chi aveva preparato l’essenziale per la cena faceva una scappata nel centro del paese: chi per gli ultimi acquisti, chi per confessarsi. E allora la chiesa di riempiva di un profumo inconfondibile, era il baccalà fritto che ci seguiva sui vestiti e che avrebbe imperversato nelle cucine di casa per i giorni successivi. Era scesa pure un po’ di nebbia, ma forse c’entravano raudi, tric trac e miccette che ogni tanto facevano sussurrare qualche maledizione a chi camminava sovrappensiero.
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