La provocazione

La strana storia della dieta uova e vino nata 60 anni fa: una provocazione che fa discutere ancora

Una dieta "provocatoria" che infiamma gli animi da oltre 60 anni e piena di stereotipi (ormai inaccettabili)

  • 17 Novembre, 2025

È stata una quasi folgorazione rivedere sui social il ritorno di una provocazione nata negli anni Sessanta ripresa nei bollenti Settanta e rilanciata – tra pro e contro – negli ultimi lustri. In un momento in cui abbiamo analizzato e approfondito il mito del neo-salutismo, fa sorridere – ma fa anche pensare che un qualche spiraglio ancora sia rimasto aperto – leggere di una famigerata dieta “per signorine single” (claim discutibile) a base di uova, vino e caffè nero. Si trattava di una sorta di stratagemma per buttar via in tre giorni due-tre chili di troppo, lanciato da Helen Gurley Brown nel suo best seller Sex and the Single Girl: The Unmarried Woman’s Guide to Men, pubblicato dal New York Times, la scrittrice diventò poi la direttrice di Cosmopolitan, rivista protagonista dell’altra serie Sex and the City in cui le quattro protagoniste si riuniscono a parlare di avventure vissute e/o immaginate a base di vino, cocktail e Cosmopolitan… sì, quella rivista che diede nome anche al famoso drink in rosa. Anche se qui le uova sode non si vedono!

Critiche e accuse contro la dieta “uova e vino”

Negli anni c’è stato chi ha sparato a zero contro la “dieta” della Gurley Brown. «È incredibile che alle donne sia stato consigliato di seguire questa dieta per oltre un decennio. Ecco come sprigionare un’illusione di sensualità mentre ti senti come lo sporco sul fondo di un bidone della spazzatura», scrive nel 2018 Aleksandra Bliszczyk su Vice.com. La Bliszczyk scrive un diario della sua esperienza, avendo deciso di seguire la dieta: «Ho deciso di provare a vivere come una socialite degli anni Settanta per tre giorni». Alla fine del secondo giorno, annota: «Non riuscivo più lavorare. Ero a letto con un mal di testa pulsante. Ma “Stare a letto (da sola) è sexy», scrive Gurley Brown. Era sexy, questo?». E alla fine dell’esperienza esplode: «Nel capitolo su “Come essere sexy”, Gurley Brown ha scritto che “essere sexy significa accettare tutte le parti del tuo corpo come degne e apprezzabili.” Ma ridursi a pezzi sotto la pressione di dover sopportare un tale dolore non è sexy. Invece ho deciso di “accettare tutte le parti del (mio) corpo come degne e apprezzabili.” Fanculo al patriarcato, fanculo agli standard di bellezza, fanculo al vino bianco di merda».

La copertina di Vogue (1977) in cui viene rilanciata la dieta uova e vino

Storia di emancipazione… politicamente scorretta

Non nascondiamo che – da inveterati gaudenti – l’idea di starsene tre giorni a uova, bistecche, Cablis e caffè, tutto sommato ci cattura con un allure di fascino. Saremo boomer, saremo old style… ma pensare che si lanciasse una sorta di “inno alla non sobrietà” per le “signorine” degli anni ’60 – e ben prima della “rivoluzione” del ’68 – ci fa sperare che il “libero arbitrio” nella costruzione della nostra vita e nel riempirla di piaceri che ci stuzzicano possa andare oltre il rigido schema del salutismo a tutti i costi.

Del resto, quella era una dieta di tre giorni, mica un regime alimentare per la vita! Ma, al di là di questo, è interessante (storicamente parlando) la riflessione che gli ha dedicato enolo.it – startup nel mondo del vino e della sua filiera. Scrivono gli animatori di enolo.it – nello stesso momento in cui invece esce la stroncatura senza appello della Bliszczyk su Vice.com – che «Il digital marketing dimostra la sua potenza riportando alla luce un articolo di Vogue che, in qualche modo, ha cambiato la percezione sociale della donna negli anni Settanta. Anche l’emancipazione femminile ha avuto le sue stranezze; tra queste ne è stata appena ritrovata una che, ora che le donne sono emancipate, sta avendo un effetto boomerang: la strana dieta del vino proposta sulla rivista Vogue nel 1977, ma scritta ben 15 anni prima da Helen Gurlen Brown, una delle prime business woman che la società occidentale abbia conosciuto. Tanto avanti da diventare, già nel 1965 caporedattore del magazine Cosmopolitan, restandovi fino alla pensione, nel 1997».

E aggiunge: «Al di là delle giuste critiche nutrizionali – preambolo che è ormai diventato quasi una clausola obbligatoria automatica quando si parla di vino! n.d.r. –  è l’emblema di un mondo che se all’epoca cambiava, oggi è decisamente mutato. Si può tuttavia stare tranquilli… la dieta dura tre giorni: una sorta di baccanale moderno in nome dell’emancipazione di quelle donne che, negli anni ’60, il vino lo potevano versare solo nel calice dei mariti!».

Una provocazione ante litteram

Il fatto è che già alla sua nascita, la “dieta” di Helen Gurlen Brown si presenta come una chiara provocazione. Già il titolo dello scritto in cui compare è provocatorio: Il sesso e la single.  Un testo pubblicato – e con enorme successo editoriale – nel 1962: un anno prima della pubblicazione del rapporto federale della Commission on the Status of Women che denunciava la situazione di discriminazione nei confronti delle donne sia nel mondo del lavoro sia dal punto di vista giuridico, la mancanza di tutele e di servizi sociali, chiedendo invece una nuova legislazione per garantire una equa retribuzione, il congedo per maternità, la costruzione di asili-nido. E l’anno prima della pubblicazione della Mistica della Femminilità di Betty Friedan che denunciava il modello tradizionale della moglie e madre a casa. L’invito alla “non sobrietà” è quasi un inno alla rilettura di un mito come quello stereotipato della “bionda svampita” alla Marily Monroe che proprio nel 1962 diede l’addio al mondo terreno. Un modo per rilanciare il “je accuse” di un sex symbol come Dolly Parton contro il cliché della “stupida bionda” (Just because I’m blonde Don’t think I’m dumb Cause this dumb blonde ain’t nobody’s fool: Solo perché sono bionda non pensare che sia stupida, perché questa bionda “stupida” non è affatto una sciocca). Insomma, erano gli anni in cui la rivoluzione dei costumi avrebbe dovuto asprttare almeno un lustro per esplodere.

Il tweet del 2018 che rilancia la dieta scritta da Helen Gurley Brown 56 anni prima

 

Perché ancora riemerge una dieta vecchia di 60 anni

Oggi, se qualcuno volesse rilanciare quella dieta rischierebbe la galera! E tutto sommato, raccoglierebbe l’eredità di provocazione che segnò oltre 60 anni fa lo scritto di Helen Gurlen Brown: che infatti fa ancora parlare e ancora divide – per fortuna, commentiamo noi – e che si è anche assicurata una pagina su Wikipedia. Giusto per gusto di polemica (ma non solo!) torniamo al testo del 2018 di Vice.com. Scrive Aleksandra Bliszczyk che al secondo giorno di uova, caffè e vino non riusciva più a seguire le righe sul suo computer, riceveva strane occhiate dai colleghi, non ce la faceva a concentrarsi… «Potevo sentire la voce di Gurley Brown: “Riuscire a stare sedute belle composte è sexy”. Questa dieta è stata originariamente consigliata per il fine settimana. Ma io non stavo girando per casa a fumare sigarette e leggere Vogue, stavo cercando di lavorare…»

Uova e vino ai tempi del neo-salutismo

Ma, cara Aleksandra, siamo sicuri che il mito della donna che lavora (e in genere di ogni essere umano) che sia sempre al massimo delle sue capacità, sia più “emancipante” di un “inno alla non sobrietà” per il fine settimana lanciato da Helen? Oggi siano ossessionati dalla performance, dall’aspetto, dalla capacità di reggere ritmi quotidiani spesso insostenibili… E siamo – certo, forzando un po’ –  in una situazione inversa rispetto a quando la donna doveva stare a casa con i figli e basta: oggi una coppia deve rinunciarci, ai figli, perché i ritmi quotidiani non sempre lasciano a mamme e papà lo spazio per tirarli su. E forse, rileggendo alla luce dell’oggi, la forza di una donna come Marilyn si fonda proprio nella leggerezza con cui riesce a non prestar attenzione più di tanto al mondo organizzato dagli uomini intorno a lei: una donna piena e sostanzialmente se stessa. Insomma, quello che doveva essere un cliché maschilista sessant’anni fa, può essere riletto come una forma di emancipazione. Certo, non bastano tre uova e una bottiglia di vino per far cambiar marcia all’umanità. Eppure – “Al di là delle giuste critiche nutrizionali” – anche il solo poterlo pensare diventa un atto di ribellione. E di emancipazione. Alla faccia del neo-salutismo.

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