Permettetemi, per una volta, di scrivere in prima persona. E di parlare di me. Perché in questo mese vi saluto, cari lettori: è ora di andare in pensione e di inventare una seconda (o terza) nuova vita. Ma non di questa vorrei parlarvi, bensì di quella che per me si chiude e che però al tempo stesso continua su queste pagine che mi hanno accolto per ben 25 anni.

Il Gambero è stato per me una nuova casa dove ho trovato la mia stanza proprio nel momento in cui stavo pensando di cambiare completamente lavoro: l’esperienza a l’Unità aveva subito una frattura insanabile e mi aveva portato anche a fare una riflessione abbastanza impietosa sul mondo della stampa e della comunicazione in Italia. Volevo provare a uscire da un lavoro sempre più stretto tra i Palazzi e le agenzie di stampa, sempre più autoreferenziale.
Ero un lettore del mensile Gambero Rosso e tutto pensavo tranne che di diventarne parte. La realtà , però, spesso riesce a superare la fantasia. Così ebbi l’occasione di avvicinarmi a quel mondo che allora ruotava intorno a Stefano Bonilli. Fu una rinascita: non c’erano agenzie, le notizie eravamo noi a costruirle, cercavamo e raccontavamo storie di persone che allora non avevano nessuna chance di conquistare un posto nelle pagine dei grandi quotidiani. In quegli anni all’inizio del nuovo millennio è iniziata per me una seconda vita: ho ritrovato il gusto di scrivere, di scoprire realtà sconosciute fatte di passioni e impegno, di gusto e di sudore. Erano – sono – le storie che continuiamo a raccontare sulle pagine del Gambero Rosso di carta, ogni mese, e che raccontiamo ogni giorno sul sito che allora non aveva ancora un corpo.

Il mensile di cui sono stato per molti anni caporedattore è passato attraverso tante diverse stagioni: direttori diversi, sensibilità differenti, politiche e strategie nuove nel corso degli anni. Anche nuove proprietà . Abbiamo spesso riscoperto, nel tempo, la vicinanza di titoli e scelte e copertine che si richiamavano a quelle già uscite venti anni prima; abbiamo anche polemizzato con le scelte da noi stesse sostenute decenni prima. Abbiamo fatto tanta strada, a volte in circolo e a volte tirando dritto.
Durante i miei 25 anni qui, però, di una cosa sono stato sempre convinto e ho cercato di trasmettere ai colleghi: l’importanza di scrivere di cibo, di sapori, di ingredienti, di piatti come se stessimo di fronte alla scena di un crimine. Raccontare con concretezza, spiegare e farsi capire: usare il linguaggio giornalistico. Raccontare sogni e passioni con il linguaggio della concretezza. Dare la voce ai protagonisti e non al nostro ego. Era la mission che animava la sfida lanciata 40 anni fa da Stefano Bonilli. Resta un valore identitario del Gambero.
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