Riflessioni

Quando l'alta ristorazione da esclusiva diventa escludente

A un certo punto il nostro modo di raccontare la ristorazione ha suscitato diffidenza. Eppure è palese come spesso basti poco per mettere d'accordo le persone riunire tutti intorno a una sola tavola e una sola cucina: quella buona

  • 18 Gennaio, 2026

Qualche giorno fa, un amico collezionista d’arte mi ha scritto su WhatsApp: «Che palle ste finess per forza alternative, io so burino e me ne vanto». Scherzava (spero) rispondendo una foto che gli avevo mandato, il Costardi’s condensed tomato rice, ovvero il risotto al pomodoro che non ha nulla di particolarmente strano se non che è servito in un barattolo, omaggio a Andy Warhol (via Bob Noto). Un tipo di commento a cui sono abituata, ma che mi ha stupito perché detto da uno che in casa ha un paio di Balla, un Vedovamazzei, due Accardi (e non solo). Pensavo fosse più semplice approcciare a un cappuccino di seppia di Alajmo che a un Giulio D’Anna. Invece no, e poco importa se il piatto in questione è solo un buon risotto con pomodoro, parmigiano e basilico: basta il contesto a renderlo non gradito. Ho provato ad approfondire ricevendo solo spiegazioni generiche.

Democrazia nella narrazione

La risposta vera e semplice è che le persone sono diffidenti e spesso un po’ ostili verso certa cucina, evidentemente a un certo punto la ristorazione più che esclusiva (non lo è sempre e comunque molto meno dell’arte) è diventata escludente. Non facciamo niente perché venga capita: il nostro mondo non parla che a se stesso. Quando usiamo un linguaggio più democratico le cose cambiano.

Si è visto a Torino, durante Buonissima, una manifestazione che negli anni sta scalfendo anche la tradizionale cautela dei torinesi coinvolgendoli in un programma che parte dalle superstar della cucina ma riesce ad arrivare a tutti. Quest’anno c’era Rasmus Munk dell’Alchemist di Copenaghen, uno per cui si fanno file di mesi (salvadanaio permettendo), che a Torino ha portato i suoi piatti provocatori tra costumi d’epoca, videomapping, lirica e danza: evidentemente non per tutti. Ma accanto a questo c’era un programma fittissimo, con oltre 100 appuntamenti e ancor più chef coinvolti, grandi nomi di tutto il mondo e osti di rango che sotto la Mole hanno animato un carosello dove il grande patrimonio cittadino andava a braccetto con espressioni creative e originali. Così ogni anno la manifestazione organizzata da Luca Iaccarino, Stefano Cavallito, Matteo Baronetto conquista terreno, parte con le piole e passa ai bistrot, coinvolge i ristoranti e ospita superchef e poi chiude tutto con evento finale per centinaia di (felici) ospiti: il pranzo della domenica che riconcilia con quella cucina domestica che tanto smuove gli animi. Il fatto che sia al Castello di Rivoli, museo di arte contemporanea e sede – in passato – del pionieristico e favoloso Combal.Zero di Davide Scabin, mette insieme cibo, arte e bellezza (come da claim della manifestazione), cucina alta e bassa, ragione e sentimento, e – soprattutto – riunisce tutti intorno allo stesso tavolo in nome di una sola cucina: quella buona (con il plus della panna cotta di Antiche Sere).

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