Stati Uniti

Occhio ad Australia e Nuova Zelanda. I dazi Usa sui prodotti europei potrebbero favorire i loro vini

Il Rapporto agroalimentare 2025 di Ismea analizza i Paesi che potrebbero fare concorrenza ai vini italiani in base alle quote di mercato e alla percentuale di dazio

  • 04 Dicembre, 2025

Guardando agli Stati Uniti, tra le grandi preoccupazioni delle imprese vitivinicole italiane c’è il rischio di vedere sostituiti i propri vini da altri prodotti analoghi, nella prima piazza mondiale, che per l’Italia vale quasi due miliardi di euro. Infatti, i dazi applicati dall’amministrazione di Donald Trump, in vigore dallo scorso agosto, hanno sicuramente sparigliato le carte e, considerando che non tutti i Paesi subiscono lo stesso dazio percentuale, sul mercato al consumo i rapporti di forza potrebbero essere destinati a cambiare. L’Ismea, nel suo ultimo Rapporto agroalimentare 2025, ha effettuato alcune simulazioni partendo dai prezzi all’import per valutare la forza competitiva dei vini made in Italy negli Usa.

L’impatto dei dazi sul consumatore

Il risultato, nonostante le evidenti difficoltà emerse nelle esportazioni ad agosto scorso (con le imprese italiane e francesi che si stanno praticamente autotassando in questo 2025 per evitare i rincari, come ha ricordato Unione italiana vini) è che difficilmente la posizione e la quota dell’Italia e della Francia negli Stati Uniti potrà essere messa in discussione. Come spiega Ismea, analizzando il caso americano, l’aumento dei dazi determina – come è noto – un incremento del prezzo all’importazione, il che riduce la competitività dei prodotti esteri e, nella misura in cui l’aumento del prezzo all’importazione si trasferisce sui prezzi al consumo, penalizza i consumatori, costretti a scegliere se pagare di più per i beni importati o sostituirli con prodotti alternativi.

In particolare, considerando l’effetto dazi sui prezzi al consumo, Ismea spiega che se prima dell’attuale dazio un litro di vino era importato a 5 euro e venduto al dettaglio a 10 euro, l’aumento in valore assoluto di 0,75 euro del prezzo all’importazione (da 5 a 5,75 euro con una tariffa del 15%) equivale a un aumento del 7,5% rispetto ai 10 euro del prezzo al dettaglio iniziale che, a parità di margini distributivi, passerebbe a 10,75 euro. «Dunque, in ogni caso – osserva Ismea – è ragionevole supporre che l’aumento del prezzo al consumo dei prodotti colpiti dai dazi sarà sensibilmente inferiore al 15 per cento».

New York

La concorrenza australiana e neozelandese

Gli Stati Uniti hanno importato nel corso del 2024 un totale di 4,6 miliardi di euro: il 33% dalla Francia (valore medio di 11,35 euro/litro) con dazio al 15%, quindi diverso dal dazio specifico di 0,063 euro/l applicato fino al 2 aprile 2025; il 32% dall’Italia, per un valore medio di 6,80 euro/l, con lo stesso dazio francese; il 9% dalla Nuova Zelanda (valore medio di 6,70 euro/l), a cui è applicato un dazio diverso da Francia e Italia, pari al 10% del valore delle importazioni (prima del 2 aprile era identico a quello dei Paesi Ue, di 0,063 euro/l); il 6% dalla Spagna (valore medio 6,49 euro/l) con stesso trattamento di Italia e Francia; il 4% dall’Australia (valore medio 3,26 euro/l), a cui ora è applicato un dazio del 10 per cento. In pratica, Australia e Nuova Zelanda, che sono i competitor dell’Italia meno colpiti, coprono appena il 15 per cento delle importazioni Usa.

Gdo più esposta, meno problemi per l’Horeca

L’Ismea sottolinea, quindi, che è plausibile che il peso di Australia e Nuova Zelanda possa aumentare sul mercato americano «ma è difficile – si legge nel rapporto presentato a Roma nella sede Masaf il 3 dicembre – che possa spiazzare in misura significativa la consolidata presenza francese e italiana. E, comunque, il rischio di riduzione della quota di mercato riguarderebbe più i prodotti di massa, in vendita presso le catene dei supermercati, mentre sarebbe minore per il canale Horeca».

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