Competizioni

Quando la cucina diventa geografia: il messaggio del giovane chef indonesiano vincitore al S.Pellegrino Young Chef 2025

Dal Castello Sforzesco al futuro della cucina globale: il trionfo dell’indonesiano Ardy Ferguson e il percorso dell’italiano Edoardo Tizzanini

  • 30 Ottobre, 2025

Milano ha ospitato la finale mondiale dello S.Pellegrino Young Chef Academy Competition 2024-2025, il concorso che da dieci anni racconta il futuro della cucina attraverso gli occhi dei giovani. Due giorni di gara, il 28 e 29 ottobre, hanno trasformato il Castello Sforzesco in un laboratorio internazionale di idee e tecniche. Quindici finalisti, selezionati tra oltre 400 candidati provenienti da 55 Paesi, si sono sfidati davanti a una giuria di sette chef d’élite mondiale.

Sotto le volte del cortile ducale, l’atmosfera ricordava più un simposio che una competizione. Gli chef si muovevano tra postazioni essenziali e telecamere, seguiti da mentor, giornalisti e addetti ai lavori. Non solo una sfida di abilità: il tema di quest’anno, “Bring Your Future to the Table”, chiedeva ai concorrenti di esprimere una visione, una dichiarazione gastronomica sul mondo che verrà. A Milano, città che ormai gioca un ruolo chiave nel dialogo fra cucina, formazione e industria, l’evento ha confermato la centralità del cibo come linguaggio globale. «Qui non si parla solo di piatti, ma di come i giovani chef intendono influenzare la società», ha ricordato in apertura Niki Nakayama, chef del due stelle n/naka di Los Angeles e membro della giuria.

Il vincitore: Ardy Ferguson e il gusto dell’arcipelago

A conquistare il titolo di S.Pellegrino Young Chef Academy Award 2025 è stato Ardy Ferguson, rappresentante della regione Asia, con il piatto “Archipelago Celebration”. Un omaggio all’Indonesia e alla sua geografia frammentata, raccontata attraverso ingredienti marini, spezie e fermentazioni tradizionali. Il piatto è apparso come una mappa sensoriale del suo Paese, in cui ogni elemento – dal pesce affumicato al sambal reinterpretato – evocava un’isola diversa. «Volevo che chi assaggia sentisse il mare, la terra e la storia della mia gente», ha spiegato Ferguson dopo la proclamazione. La giuria, composta da Christophe Bacquié, Jeremy Chan, Antonia Klugmann, Niki Nakayama, Elena Reygadas, Julien Royer e Mitsuharu Tsumura, ha premiato la sua capacità di coniugare tecnica e identità. Archipelago Celebration è risultato il piatto più coerente con lo spirito del concorso: innovativo, ma profondamente radicato.

Le altre voci del mondo

Dal Perù all’Australia, le proposte in gara hanno mostrato un panorama gastronomico in piena mutazione. La peruviana María Cárdenas ha portato in tavola un racconto vegetale sul mais andino; l’americano Miles Bouchard ha lavorato sul tema dello spreco alimentare con una zuppa “zero waste”; il francese Paul Bessières ha presentato un dessert dedicato al miele come simbolo di equilibrio tra uomo e natura. Nella finale milanese si è respirata una tensione positiva tra la tecnica occidentale e le tradizioni locali, tra la spinta verso il futuro e il bisogno di radici. Sempre più, i giovani chef sembrano voler ridefinire il ruolo stesso della cucina: non più solo performance o ricerca estetica, ma narrazione culturale e strumento di cambiamento.

L’Italia in gara: Edoardo Tizzanini e il coraggio di un gusto scomodo

Edoardo Tizzanini, vincitore della selezione nazionale, con il piatto “An Artichoke Heart”. Un titolo poetico per un piatto tutt’altro che accomodante. Tizzanini ha scelto di mettere al centro il carciofo, simbolo di rusticità e amarezza, e di costruirgli intorno un racconto complesso: tre consistenze (fritto, arrostito e in purea) accanto a frattaglie di piccione e un jus concentrato, quasi selvatico, di caratter. Un piatto dall’equilibrio complesso, che non cerca di piacere a tutti ma di affermare un punto di vista. «Volevo che il carciofo restasse se stesso, anche nel suo lato più spigoloso», ha raccontato lo chef, oggi parte della brigata del ristorante Poggio Rosso a Borgo San Felice (una stella Michelin). Una prova matura, consapevole, che ha scelto di rischiare invece di assecondare. Pur senza arrivare sul podio, la sua performance ha rappresentato un segnale forte: che la cucina italiana, quando osa, sa ancora sorprendere per profondità e personalità.

Un nuovo lessico della cucina globale

Sette giurati, sette sensibilità: dal rigore francese di Julien Royer (Odette, Singapore) al minimalismo poetico di Antonia Klugmann (L’Argine a Vencò), fino alla visione di Jeremy Chan, chef di Ikoyi, Londra, simbolo di una nuova estetica multiculturale. Tutti concordi su un punto: la nuova generazione di chef non si misura più sulla complessità dei piatti, ma sulla chiarezza dell’intento. «Il futuro sarà di chi saprà raccontare la propria storia senza paura», ha commentato Elena Reygadas, eletta World’s Best Female Chef nel 2023. In questo senso, la finale milanese è apparsa come un mosaico di identità in movimento, in cui ogni partecipante ha portato un pezzo di mondo da condividere: una gastronomia meno autoreferenziale e più dialogica. Gli chef parlano di comunità, memoria, clima, economia, ma lo fanno attraverso piatti leggibili e concettualmente solidi. Non vince il virtuosismo fine a se stesso, ma la ricerca di equilibrio tra emozione e responsabilità. Il trionfo di Ardy Ferguson, con la sua Archipelago Celebration, sintetizza perfettamente questa tendenza: non un esercizio di stile, ma un atto politico nel senso più alto, un modo per dire che la cucina può ancora essere radicata e contemporanea.

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