Vino e letteratura

Il Lambrusco come non lo avete mai letto: un libro ripercorre la storia del vino gastronomico per eccellenza

Dalla celebrazione nella letteratura italiana del Novecento alla promozione come Red Coca Cola per conquistare l'America. Enrico Zucchi svela le tante vite del vino emiliano, colto e contadino allo stesso tempo

  • 02 Novembre, 2025

«Un vino-bevanda, con basso grado alcolico, gusto leggermente dolce, un fruttato intenso e piacevolmente frizzante». Sembra la descrizione di un prodotto contemporaneo, creato a uso e consumo della Z-Generation del terzo millennio e, invece, è il Lambrusco così come fu concepito negli Anni Settanta per il mercato americano, progettato dal grande enologo italiano Ezio Rivella e venduto con successo dalle Cantine Riunite.

Quella “Red Coca-Cola“, così era pubblicizzata, aveva tutta l’intenzione di lanciare una moda nella prima piazza per il vino mondiale e ci riuscì, anche se molti storsero il naso per lo scarso legame con la tradizione regionale. Si tratta di una della tante vicende e storie che ruotano attorno al Lambrusco ricordate da Enrico Zucchi, ricercatore dell’Università di Padova, nel suo libro Lambrusco in fabula – storia letteraria di un vino colto e contadino (edizioni Wingsbert House).

I legami con l’antichità

Il testo-indagine, edito da Wingsbert House, porta alla luce i complessi legami di questo prodotto con la storia, l’arte, la letteratura. Un vino la cui reputazione affronta vari step, passando dalla definizione di selvaggio, agreste, paesano, rustico ma anche, allo stesso tempo, simbolo della cultura nazionale ed espressione della viticoltura italiana all’estero. Zucchi passa in rassegna la figura di un vitigno (la vitis labrusca) – e di un vino – spesso bistrattati nei secoli, che neppure le galline osavano mangiare, come racconta Columella nel suo De re rustica. Un vino che, nel Medioevo a Bologna, veniva definito «aspro e frizzante» nel Trattato di agricoltura di Pier De Crescenzi.

Il ruolo salutistico

Le foglie di uva lambrusco, come ricorda Zucchi, erano anche utili in veterinaria per curare le malattie dei cani, mentre il vino Lambrusco è menzionato per le sue virtù medicali («confortativa di stomego»). Un prodotto che, tra Medioevo e Rinascimento, appare come rosso scuro, molto apprezzato per il suo «colore vivace, vinificato in modo tale da mantenere un po’ di bollicine». Per questo motivo, molto diffuso nelle tavole quotidiane e sempre in abbinamento con i pasti. Un vino «gastronomico», insomma nel senso contemporaneo del termine. Dopo un Seicento in cui il Lambrusco è stato vilipeso nella letteratura dell’epoca, il testo racconta di un Settecento che ne ha cercato di ricostruire l’immagine e di un Ottocento in cui gli enologi iniziarono a fare un lavoro di miglioramento sia sul fronte colturale sia sulle tecniche per ottenere un vino spumante che sia gradevole.

Il rilancio nella letteratura del Novecento

Il Novecento è il secolo in cui il rilancio del Lambrusco si compie, come testimoniano due autori come Giosuè Carducci e Luigi Bertelli. Un rilancio che dalla poesia attraversa la società nel periodo del Ventennio fascista, passando anche per i romanzi di un premio Nobel come Grazia Deledda, per arrivare al cosiddetto Lambrusco del campanile raccontato da Giovannino Guareschi, attraverso le figure di don Camillo e Peppone. Ed è in quei decenni di ripartenza nel Dopoguerra che, grazie alla figura e al lavoro divulgativo di Mario Soldati, il Lambrusco diventa un vino gastronomico, un prodotto la cui qualità diventa un valore, soprattutto se legato al territorio d’origine: l’Emilia.

Un vino, come scrive lo stesso Zucchi, che ha vissuto tante vite nelle pagine dei più grandi autori italiani, che da prodotto selvatico adatto a povere mense è passato a vino pregiatissimo e a icona dei luoghi in cui cresce. Prodotto glocal, dalle profonde radici culturali, capace di conquistare anche il palato degli Stati Uniti.

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