Città che cambiano

Il quartiere di Milano che resiste alla food-gentrification

Dal mercato storico alle nuove insegne, il Giambellino cambia forma ma non voce

  • 14 Ottobre, 2025

C’è chi lo chiama ancora “il quartiere di Gaber”, ma chi al Giambellino ci vive davvero sa che non è più quel bar cantato in dialetto. O forse non lo è mai stato. Perché dietro l’etichetta di periferia popolare e malinconica, si nasconde un quartiere vivo, stratificato, a tratti contraddittorio. Dove le ricette passano di mano in mano come eredità mutevoli e il cibo non è un fatto di estetica, ma una lingua comune.

Il tempo delle case minime e delle bocce

Foto Giambellino di Riccardo Atzeni

Il Giambellino nasce negli anni ’20 come quartiere di case minime per i lavoratori delle fabbriche di zona Lorenteggio, tra cui l’OM e la Caproni. Il nome deriva dalla cascina Giambellino, inglobata nel reticolo urbano a colpi di lottizzazioni, con il sogno del “verde operaio”. A partire dagli anni ’30, il Comune costruisce i primi complessi popolari con i cortili a ringhiera, le aiuole comuni, i negozi sotto casa. È qui che si forma la microcultura del quartiere: le osterie, le partite a carte, la solidarietà del pianerottolo.
Negli anni ’50 arrivano i nuovi milanesi: famiglie dalla Calabria, dalla Sicilia, dal Veneto.

Foto Giambellino di Riccardo Atzeni

Il quartiere cresce a vista d’occhio, con la sua mescolanza rumorosa, le bocciofile, i banconi delle gastronomie, la pizza al trancio da mangiare sul marciapiede. Negli anni ’70 si cominciano a costruire le grandi stecche di edilizia pubblica, e già si intuisce la frattura: da quartiere “del popolo” a “periferia dimenticata”, il passo è breve. Ma la verità è che il Giambellino ha sempre avuto un’identità doppia: periferico, sì, ma anche centrale nella vita quotidiana di chi ci abita. E questo si riflette in tutto, anche nel modo in cui si mangia.

Come si cambia, per non morire

Giambellino Milano foto Riccardo Atzeni

Mercato Comunale

Alla fine del Giambellino, quando la città comincia a sfilacciarsi tra cantieri eterni e case popolari con finestre murate, c’è il mercato rionale. È il Mercato Lorenteggio, un tempo dato per spacciato che poi invece si è reinventato grazie a Vito Landillo, macellaio equino da oltre quarant’anni che, con Dynamoscopio, ha fatto del mercato una nuova piazza. C’è la Gastropescheria, il banco Briciola con prodotti pugliesi, la macelleria di Carlo, la carne alla brace, la griglieria con 150 posti: pensionati con i carrelli pieni, famiglie, impiegati, studenti. Cuore del quartiere ancora riconoscibile, il mercato rimane un punto di incontro.

Andando verso il centro, seguendo la linea del tram 14, il quartiere cambia pelle almeno tre volte. E anche chi lo frequenta lo sa: c’è il Giambellino delle serrande abbassate, quello dei kebabbari, quello delle famiglie al mercato con i passeggini, delle signore in fila in farmacia, quello dei trentenni che hanno deciso di aprire qui e non in centro. Nessuna narrazione epica: piuttosto, piccole correzioni quotidiane, luoghi che sembrano disegnati per stare nel ritmo della zona e – si spera – non per modificarlo.

Foto Giambellino di Riccardo Atzeni

Il Bicchierino

Ci sono le ragazze del Bicchierino che in un’ex macelleria hanno costruito la loro enoteca con cucina, luci basse, sedie spaiate, vini naturali. Servono anche la carne equina di Vito, in una linea retta che unisce macelleria e microgastronomia. Uno di quei posti dove anche un martedì sera qualunque può finire bene.  Poco più avanti, Elisa Tinti ha messo su quella che lei chiama semplicemente una “polleria di quartiere”. Dopo quasi trent’anni come agente di viaggio, ha cambiato vita e si è inventata Tu mi fai girar, rosticceria con polli arrosto e lasagne che sono diventati l’abitudine settimanale del vicinato che si presenta al banco con i proprio contenitori da riempire. Sempre su via Giambellino, al civico 42, c’è Birra di Quartiere, un progetto del gruppo Pavé. Qui l’idea è più chiara che mai: birra artigianale (targata WAR – We Are Rising), hot dog farciti senza timidezze, e un interno che si muove tra il diner e la paninoteca anni ’90. È un’operazione intelligente perché non snatura il contesto ma lo assorbe e lo traduce.

Foto Giambellino di Riccardo Atzeni

Anche Le Polveri ha scelto questa zona: Aurora Zancanaro ha aperto in via Vespri Siciliani la sua seconda sede, trasferito qui la produzione e allestito uno spazio più grande con 20 coperti. Pane a lievitazione naturale, verdure al forno, uova al sugo, e una formula che mescola la bottega e la tavola, la colazione e la merenda.

E se si allarga lo sguardo oltre il confine stretto del Giambellino, ma rimanendo a pochi minuti a piedi, si arriva in via Savona 101, dove c’è Gogol & Company: libreria, bar, spazio espositivo e dal 2010 punto fermo nel racconto di un quartiere che, pur cambiando, non si è mai slegato dalla sua dimensione collettiva. Si entra per un libro, si resta per un calice di vino naturale, un affettato scelto con cura, una lettura ad alta voce o un concerto improvvisato. Non c’è rimozione, non c’è sostituzione, solo una lenta traduzione collettiva del presente. Sono posti che parlano il dialetto del quartiere, anche quando il quartiere cambia lingua.

LAC, Dispensa e Donne Speziali: tre modi di stare insieme col cibo

Ci sono progetti che partono dalla cucina per parlare di molto altro. Il LAC – Laboratorio di Antropologia del Cibo, fondato da Giulia Ubaldi – giornalista gastronomica – è uno di questi. È nato nel Giambellino come spazio dove chiunque – soprattutto chi ha radici altrove – può insegnare a cucinare il proprio piatto, raccontando la propria storia. Ogni laboratorio dura due ore e non ha niente del format scolastico: si cucina, si parla, si mangia. Il cibo diventa pretesto per avvicinarsi agli altri, capire da dove si viene e dove si vuole andare. I prodotti, scelti con attenzione tra cascine lombarde e fornitori etici, sono parte di un discorso più ampio: quello su cosa significa nutrire, davvero, una comunità.
Su una linea simile si muove La Dispensa del Giambellino, progetto di Dynamoscopio nato per contrastare la povertà alimentare, ma anche per rovesciarne la narrazione. Qui la dispensa non è simbolo di mancanza, ma punto di partenza. Insieme a famiglie del quartiere si raccolgono ricette, si fa formazione su come cucinare bene con poco, si costruiscono occasioni conviviali aperte a tutti. L’idea è che ogni cucina abbia una dignità, che ogni tavola possa essere un luogo di autonomia e relazione, anche nelle situazioni più fragili.
In questa stessa costellazione si muove il progetto Donne Speziali. Nato da un gruppo di donne migranti del Giambellino, offre percorsi di empowerment che passano dalla cucina: corsi per ottenere l’HACCP, laboratori aperti al quartiere, momenti di scambio.

Il Giambellino resiste così. Assorbe, devia, rielabora. Cambia traiettoria senza perdere l’orientamento: un quartiere in equilibrio instabile ma vitale, dove le differenze non si appiattiscono, ma si siedono insieme a tavola.

 

Foto di di Riccardo Atzeni

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