Made in Italy

Allarme per l'olio extravergine di oliva italiano: sta scomparendo dai mercati

I dati parlano chiaro: l'extravergine made in Italy sta scomparendo dai mercati. Scenari neri per un prodotto simbolo del nostro life style

  • 25 Luglio, 2025

Ieri, sullo scaffale di uno dei più grandi Elite di Roma, c’era rimasta solo una bottiglia di Gran Fruttato Monini 100% italiano. Un segnale del fatto che l’olio extravergine di oliva italiano (ovvero prodotto con olive 100% italiane) sta scomparendo? Forse sì, un segnale chiaro e preoccupante o almeno una coincidenza inquietante che dà corpo concreto alle preoccupazioni che in questi mesi stanno attraversando il mondo della produzione olivicola nazionale. Preoccupazioni che non sembrano però interessare più di tanto la politica, che da anni e anni sta lasciando il mondo agricolo senza una visione di riferimento, senza orizzonti e in molti casi senza speranze. Ma andiamo in ordine e partiamo dai dati che abbiamo a disposizione.

Secondo i Registri Telematici dell’Olio (RTO) – rileva un articolo di QuiFinanza a firma di Federica Petrucci – al 30 giugno 2025 le giacenze complessive di olio in Italia erano pari a 176.529 tonnellate, ma meno della metà – solo il 42,1% – è di origine italiana. In un solo mese, tra maggio e giugno, le disponibilità di olio EVO nazionale sono calate di circa 5.000 tonnellate, una flessione dell’8,6%, molto più accentuata rispetto al prodotto importato, sceso solo del 3,6%. È un segnale preciso: il nostro olio sta diventando sempre più raro e, di conseguenza, più caro. Una situazione paradossale per un Paese che consuma più olio di quanto produce: la produzione copre appena un terzo del fabbisogno nazionale, costringendo aziende e frantoi a ricorrere all’importazione per soddisfare la domanda interna.

Il paradosso del “Paese dell’olio”

La campagna olearia 2025-2026 segnerà probabilmente una contrazione del 20% rispetto alla media degli ultimi cinque anni, complice un clima impazzito, tra siccità al Sud e piogge torrenziali al Centro-Nord. Mentre le nostre campagne producono meno, i mercati esteri continuano a chiedere olio italiano, drenando parte della poca produzione disponibile. Il risultato è che sugli scaffali dei supermercati italiani l’olio comunitario – soprattutto spagnolo e greco – prende il sopravvento. Grazie anche a una precisa politica commerciale della Grande Distribuzione che sembra tornare indietro di anni nelle sue pratiche.

Nella Grande Distribuzione, i numeri parlano chiaro: nel primo quadrimestre 2025 – segnala Alberto Grimelli di Teatro Naturale – la quota di mercato dell’olio italiano è scesa al 21%, mentre nel 2023-2024 oscillava attorno al 33-34%. Se il trend continuerà, entro fine anno resterà un misero 8-10%. Nello stesso periodo, le vendite di olio comunitario sono salite da 5,3 milioni di litri (aprile 2024) a 9,3 milioni (aprile 2025). Un’invasione silenziosa favorita anche dal ritorno delle bottiglie da un litro, più economiche e funzionali alla logica del prezzo civetta.
Le promozioni incessanti della GDO hanno trasformato di nuovo l’extravergine in un semplice “traffic builder”, un prodotto sottocosto utile ad attirare clienti nei punti vendita. Così, sugli scaffali torna l’olio a 2,99 euro al litro: un prezzo che nessun produttore italiano può sostenere senza rimetterci.

GDO, il cavallo di Troia per l’olio spagnolo

Dietro questa corsa al ribasso c’è la mano dei colossi spagnoli – denuncia Grimelli – che hanno rafforzato la propria filiera aggregando produzione e domanda, arrivando a controllare i flussi di approvvigionamento anche in Nord Africa e Portogallo. L’Italia, al contrario, è rimasta frammentata, priva di grandi marchi capaci di contrattare alla pari con la Grande Distribuzione. Il risultato? I buyer italiani guardano sempre più direttamente alla Spagna per riempire le private label dei supermercati, riducendo lo spazio per i brand nazionali.
Questo scenario rischia di generare una “tempesta perfetta”: meno spazio sugli scaffali per le bottiglie 100% italiane, meno visibilità per i produttori locali, meno vendite e quindi meno redditività per l’olivicoltura. La stessa struttura agricola nazionale rischia di crollare sotto il peso di una competizione che non è solo commerciale ma strategica, con la Spagna pronta a conquistare in modo silenzioso il nostro mercato interno.

La resa della politica e il rischio culturale

La politica sembra ignorare l’emergenza. Non esiste un vero Piano olivicolo nazionale capace di coinvolgere la GDO come interlocutore obbligato nella tutela della filiera. Manca una visione che consideri l’olio extravergine italiano non solo come prodotto agricolo, ma come bene strategico e culturale, parte integrante del nostro stile di vita e della dieta mediterranea.
Il rischio è che il consumatore medio perda la percezione del valore dell’olio 100% italiano, schiacciato dalla logica del prezzo. Che senso ha investire in qualità, certificazioni DOP o IGP, se poi la bottiglia sugli scaffali viene sostituita da un generico “olio comunitario” venduto a metà prezzo?
Così si scava una trincea culturale prima ancora che economica. L’olio non è solo un ingrediente: è un simbolo della nostra identità, della biodiversità agricola, della storia delle nostre campagne. Se scompare dagli scaffali, scompare anche dalle coscienze.

Una battaglia che riguarda tutti

La sovranità dell’olio extravergine di oliva italiano non è mai stata tanto minacciata. Senza interventi decisi, l’Italia rischia di diventare solo un consumatore di olio altrui, perdendo un patrimonio che ha costruito nei secoli. Serve una strategia integrata che coinvolga produttori, istituzioni e GDO: incentivi alla produzione sostenibile, promozione dell’acquisto consapevole, accordi che garantiscano margini equi ai frantoi e ai piccoli produttori.
Perché se la bottiglia di Gran Fruttato Monini rimasta sola sullo scaffale è davvero il simbolo di qualcosa, allora è il simbolo di un vuoto: quello di una politica incapace di difendere uno dei pilastri del Made in Italy. E quel vuoto rischia di diventare presto irreversibile. «La sovranità dell’olio extravergine di oliva italiano – commenta Alberto Grimelli – non è mai stata tanto minacciata, nel silenzio generale».

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