Ultima valutazione effettuata nel 2024
Dire che Jianguo (Gian) Shu, proprietario di Dao, sia un self made man è riduttivo: la sua vita, dall’immigrazione illegale in Europa all’imprenditoria di successo nella ristorazione romana è degna di un romanzo. Come senza dubbio degna di lode è la sua avventura gastronomica che rende la giusta prospettiva della millenaria tradizione cinese, con una proposta raffinata e filologicamente corretta sia nelle eleganti sale del ristorante che nel più informale dim sum bar, angolo dove prendere un aperitivo con 4 piccoli piattini a 15 euro. Un posto sicuramente di valore per la storia che ha dietro e per i contenuti, che però rimane appena un passo indietro rispetto all’attuale crescita qualitativa delle cucine internazionali di Roma e dell’Italia tutta. L’esperienza dà comunque soddisfazione: intriganti i ravioli di pesce (mazzancolle, astice, salmone, branzino, ma pure di Cinta Senese), per poi passare alla zuppetta di wonton, allo scorfano fritto con doubanjiang (salsa piccante e fermentata a base di fagioli, zenzero, funghi cinesi ed erba cipollina), all’anatra alla pechinese (servita in salsa di frutta mista con carote, cipolle e cetrioli, da provare). Deliziosi pure i dolci, vedi i bonbon di riso. La carta dei vini (curata dalla sommelier giapponese Hiromi Nakayama, che è però in servizio nell’”insegna sorella” Dao Bistrot, vedi scheda) è ampia con un bel focus sulle etichette “naturali” e biologiche non solo italiane.
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